Economia

L’housing sociale a Roma: “Altro cemento? Meglio tassare l'invenduto”

Roma Today intervista Massimo Pasquini, della segreteria nazionale di Unione Inquilini: "Social Housing? Tutto in questa città viene fatto per una fame speculativa, niente viene fatto solo per i cittadini"

6686 nuove sentenze di sfratto emesse di cui 5230 per morosità. 4678 solo a Roma. 2343 eseguite. Questi i numeri forniti da Unione Inquilini la scorsa settimana che danno il quadro della situazione abitativa romana. Una delle risposte che viene data dall’amministrazione comunale è il cosiddetto social housing. Per capire meglio di cosa si tratta, Roma Today ha intervistato Massimo Pasquini della segreteria nazionale di Unione Inquilini.

Cos’è il social housing?
Roma aveva già il social housing: fino a pochi anni fa erano 100mila gli appartamenti di proprietà degli enti pubblici, dei fondi di previdenza, delle assicurazioni che venivano affittati a canoni agevolati. Ma ormai ne sono stati venduti quasi 70mila. Erano alloggi che si collocavano a metà tra la casa popolare e il libero mercato, e lo calmieravano. Oggi che tutto questo è stato venduto ci dicono che bisogna costruire, cementificando ulteriormente il territorio romano mentre decine di appartamenti rimangono vuoti. Credo che il Comune di Roma dovrebbe tassare pesantemente l’invenduto e intervenire per acquistarlo. Invece si continuano a perseguire politiche contrarie a quello che servirebbe veramente a chi ha bisogno di casa.

Per essere più chiari, gli appartamenti in social housing si possono considerare case popolari?
Assolutamente no. L’housing sociale è un intervento privato sostenuto dal pubblico che va ad impattare in un mercato che non c’è. Quando si parla di costruire case sono tre le domande a cui un’amministrazione dovrebbe rispondere. Cosa costruire? Come costruire? Per chi costruire? Il sindaco Alemanno sostiene che questo intervento darà una risposta all’emergenza abitativa ma sfido chiunque a verificare quanta gente che oggi sta in graduatoria riuscirà ad abitare quelle case. Il social housing non è edilizia residenziale pubblica e il social housing che si fa a Roma non è vero social housing. Qualcuno sa indicarci quale sarà il canone a cui verranno affittate quelle case? Sono le banche che forniscono i soldi ai costruttori per realizzarle. E le banche chiedono una garanzia del ritorno dell’investimento che può essere la sicurezza di venderle o affittarle in alte percentuali e il prezzo di vendita. In graduatoria ci sono nuclei familiari che hanno entrate da 0 a mille euro al mese tra tutti i componenti, qualcuno mi deve spiegare come fanno a pagare 500 euro di affitto. Queste non sono politiche abitative adeguate.

Cosa serve per risolvere l’emergenza abitativa?
Prima di rispondere a questa domanda faccio una premessa. Usare il termine emergenza abitativa è sbagliato. Puoi chiamare emergenza un terremoto o un’alluvione ma non una situazione che è tale da anni. Dovremmo sostituire questo termine con altre parole, per esempio precarietà abitativa. Anche perché in nome di questa emergenza ci si permette di fare di tutto, come pagare più di 30 milioni di euro per affittare dei residence per le famiglie sfrattate. Oppure cementificare per realizzare alloggi in social housing. L’emergenza abitativa innesca meccanismi speculativi che non vanno mai a vantaggio di chi abita in città ma delle varie lobby. Sono anni che si sente dire che quasi 40mila famiglie romane attendono nelle liste per un alloggio popolare. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa c’è di sbagliato nelle politiche abitative proposte. Prendiamo ad esempio il Piano Casa, l’aumento di cubatura incentiva la cementificazione ma non costituisce una soluzione per il segmento sociale che ha bisogno di casa.

Anche la trasformazione di terreni non edificabili in edificabili per la realizzazione di alloggi in sociale housing sembra andare in questo senso..
Tutto in questa città viene fatto per una fame speculativa, niente viene fatto solo per i cittadini.

Tornando alla domanda di prima, quali risposte si possono dare all’attuale situazione abitativa romana?
La risposta è semplice. Edilizia residenziale pubblica. E per fare questo non serve continuare a cementificare: bisogna utilizzare l’esistente, puntare sull’autorecupero, sulle caserme in dismissione, sul patrimonio pubblico inutilizzato, l’invenduto. A Roma non mancano le case, manca una precisa tipologia di casa. Per esempio servono delle strutture per accompagnare il passaggio da casa a casa di chi viene sfrattato. A Roma vengono eseguiti quasi 2400 sfratti all’anno. Cosa viene proposto in alternativa a queste famiglie? Nulla.

A Roma, e in generale in Italia, la percentuale di proprietari di casa è molto più alta rispetto al resto dell’Europa. Anche il social housing, in parte, va a rafforzare questa direzione offrendo modalità “agevolate” di acquisto. Cosa ci racconta questo dato?
Il meccanismo secondo cui un’alta percentuale di persone è incentivata a diventare proprietaria della casa in cui vive fa in modo che una parte del reddito dei lavoratori venga indirizzato verso il mercato immobiliare. Prendiamo il calo vertiginoso dei mutui concessi dalle banche. Il social housing propone una proposta simile a prezzi simili, solo un po’ più bassi. Come si può pensare che sia una risposta seria al bisogno di casa? Soprattutto in un momento di crisi come questo durante il quale non solo le famiglie non arrivano a fine mese ma sono addirittura calati i consumi del cibo. In relazione a questo tema c’è un altro processo da sottolineare: viene disincentivata la flessibilità abitativa, legando le persona a un solo luogo. Cosa che nel resto d’Europa, tranne poche eccezioni, non succede.

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