Economia

Aspettando una casa popolare: “Il Comune può spendere meno”

Famiglie che aspettano una casa popolare in residence privati al limite del vivibile che al Comune costano cifre da capogiro. Il dossier di Unione Inquilini a un anno di distanza

Affitti alle stelle, occupazioni, sgomberi. Case popolari come oasi nel deserto e milioni di euro promessi a sostegno di chi non ha una casa. Una piaga sociale, quella dell’emergenza abitativa, di difficile gestione. D’altronde si sa, per mettere piede in una
casa popolare ci vogliono anni e l’attesa rischia spesso di essere tutt’altro che dignitosa. Che fine fanno le centinaia di famiglie che aspettano un alloggio dal Comune di Roma? Tra le soluzioni “cuscinetto” messe a disposizione dall’amministrazione ci sono 22 residence privati dove “alloggiano” qualcosa come 1400 famiglie per un totale di 3000 persone. Vivere in quattro in una di queste “abitazioni” vuol dire arrabattarsi in 25 metri quadri per un minimo di 6 mesi e un massimo di non sa quanto.

Tanto di cappello se ciò volesse dire meno spese per il comune e più famiglie con un tetto. Peccato che la storia non racconti proprio questo, anzi. Il Campidoglio paga i residence di media 2400 euro per famiglia e potrebbe spendere decisamente meno. Come? Ad esempio prendendo accordi con gli enti previdenziali. Già, basterebbe indirizzarsi altrove per risparmiare e migliorare il servizio. A metterlo in luce è un dossier di Unione Inquilini Roma che risale allo scorso marzo 2011. E’ passato un anno e non è cambiato niente. Quei dati risultano ancora validi, come ci conferma lo stesso sindacato.

I RESIDENCE - Sono di imprenditori locali, del Vaticano, di personaggi famosi (uno è della “Ten Immobiliare” facente capo a Totti), di società con sede all’estero, di nobili e famiglie “bene”. Sparsi per tutta Roma, da Boccea a Malagrotta, da San Basilio alla via del Mare, i residence non sono certo un’invenzione dell’attuale amministrazione, che comunque ha cavalcato l’onda. I contratti stipulati con i proprietari sono 14: 10 sottoscritti tra il 2006 e il 2008 e 4 dal sindaco Alemanno. E, a ben vedere, le cifre pagate sono da capogiro.

Per un residence a Pietralata si sborsano 1,65 milioni di euro per 33 famiglie, cioè 4200 euro al mese per nucleo familiare. Forse costi simili troverebbero giustificazione nella qualità del servizio offerto. Peccato che di tutto si tratti fuorché di abitazioni di lusso. Anzi, a quanto riferito da Unione Inquilini, le famiglie alloggiano in quadrati “inabitabili".

LE CASE DEGLI ENTI - Dall’altra parte ci sono le case offerte dagli enti privatizzati che, per mesi, hanno tentato di trovare locatori senza successo forse per le cifre richieste troppo alte. Queste infatti rientrano a pieno titolo in canoni di libero mercato e, ciò
nonostante, risultano la metà se non meno di quanto pagato dal Comune per i residence. Qualche esempio? Per dare un’idea scegliamo, tra i casi proposti dal dossier, le offerte massime e quelle minime dei vari enti.

Cassa di Previdenza e Assistenza Forense: si va da un appartamento in via di Porta Fabbrica (zona San Pietro) a 1500 euro al mese a uno in viale del Caravaggio (Tor Marancia) a 840. Inpgi: da un’abitazione in vicolo delle Lucarie (Settebagni) a 1090
euro a una in via Saronno (Giustiniana) a 690. Inarcassa: due appartamenti in via di Torre Gaia (Tor Vergata) uno a 1265 euro, l’altro a 815. Detto questo, le cifre non hanno bisogno di essere commentate. Da sottolineare che gli enti citati non hanno preso accordi con i sindacati inquilini che, anzi, considerano comunque eccessivi i canoni proposti. Il Campidoglio però batte tutti riuscendo a oltrepassare anche il libero mercato.

Alla luce dei dati raccolti Unione Inquilini lo scorso anno aveva richiesto “un tavolo in Prefettura con Comune, Enti e casse professionali, associazioni costruttori, sindacati per verificare la possibilità di una vera ed effettiva fuoriuscita dai residence”. O
comunque “di offrire alle famiglie, in attesa di una casa popolare, una soluzione per vivere dignitosamente”. Il tavolo non c’è mai stato. Intanto molti dei contratti stipulati sono agli sgoccioli (in scadenza tra il 2012 e il 2015) e forse potrebbe essere questo questo il momento giusto per valutare strategie alternative.

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