Venerdì, 30 Luglio 2021
Economia

INTERVISTA | L'ottimismo di Tagliavanti: "Roma è tra le aree che ha già recuperato di più"

Dai distretti industriali all’economia della conoscenza, dalle riforme costituzionali alla ripartenza post-Covid: il nostro colloquio con Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma

Lorenzo Tagliavanti dal 2015 guida la Camera di Commercio di Roma. Lo abbiamo intervistato per RomaToday, partendo dalla riforma per i poteri speciali di Roma Capitale, in un colloquio che si è chiuso con un auspicio: quello della vittoria agli europei della nazionale di calcio italiana, un momento che, oltre a poter diventare una festa “con le bandiere dalle finestre, dalle terrazze, al cielo”, può diventare “un volano economico in grado di sviluppare economie per un punto di PIL”.

Presidente Tagliavanti, partiamo da un dossier oggi allo studio anche del Parlamento: lo stato speciale per Roma Capitale.

Dobbiamo dirci che Roma non è una città ordinaria, non lo è mai stata. Ha una sua specificità: è capitale dello stato italiano, perché è la terza città al mondo per rappresentanze diplomatiche e una delle più grandi capitali per dimensioni. Tutto questo ci dice che non può essere ridotta solo a "una grande città". Quello dello statuto speciale è un tema che si sono poste tutte le megalopoli europee intorno al 2000: Berlino, Bruxelles, Londra e Parigi hanno fatto un ragionamento sul proprio status. Da almeno vent’anni occorre dotare le grandi capitali di una legislazione in grado di reggere la competizione internazionale che oggi, ormai si sa, è guidata proprio dalle grandi città. Noi questo treno l’abbiamo un po’ perso e ciò Roma l'ha in parte pagato, faticando molto nei primi 20 anni del millennio. La città eterna non aveva una strumentazione amministrativa decisionale tale da essere efficace: invece più il mondo diventa complesso, più i meccanismi di decisione devono essere facili. C'era allora e c'è oggi la necessità di accorpare le competenze, servono decisioni più rapide ed efficienti, occorre combattere la superfetazione burocratica. Quale è la novità di oggi? Il fatto che tutte le parti politiche ci dicono che si deve trovare una nuova dimensione amministrativa per la città. Questo è un fatto importante. Io stesso ho partecipato a un consiglio comunale e tutti i partiti si sono detti favorevoli a proseguire su questa strada. Seguo il dibattito in Parlamento e penso sia seriamente impostato. Il mondo economico chiede questo passo almeno dal 2000, commissionammo addirittura uno studio alla London School of Economics. Ma adesso tocca alla politica e sono moderatamente fiducioso.

Quale è la riforma per Roma capitale che il mondo economico auspica? Quali i suoi contorni?

Credo si debba andare verso una Roma federale, che accorpi molte delle competenze regionali. Penso al dibattito molto complicato sui rifiuti che leggiamo sui giornali. Altro tema è quello di poter programmare i temi della mobilità di merci e di persone: ricordo che i due aeroporti, il porto e il centro agroalimentare non si trovano a Roma. Tutta la provincia di Roma converge su Roma, l’economia si muove da questi ambiti geografici. Tenere conto di questa complessità con uno spunto unificante darebbe una maggiore efficienza ed efficacia all’azione amministrativa.

Finisce la pandemia e commercio e turismo ripartono. Sui giornali si leggono segnali positivi. Qual è il suo punto di vista dal suo osservatorio?

L'economia romana ha dato una buona prova nel momento più duro della pandemia. Rispetto ad altre zone noi abbiamo dimostrato grande responsabilità, a Roma nessuno ha detto “aprite tutto, teniamo aperto”. Abbiamo avuto subito la lucidità di pensare che l'unica vera grande riforma necessaria fosse quella di abbattere il virus. Non c'è stata indisciplina e c'è stata coesione, questa è stata un'ottima premessa per la ripartenza: oggi quindi stiamo in situazione di vantaggio. I numeri sull'export ci dicono che l'area romana è una di quelle che ha già recuperato di più. Inoltre i dati del PIL ci dicono che non c'è stato quel crollo delle imprese che altrove la pandemia ha comportato, l’artigianato e l’edilizia hanno retto. Quanto al turismo: ci sono 15 alberghi a 5 stelle che stanno riaprendo a Roma. Il mondo ci vede ancora come una delle piazze più importanti in termini di quantità e di qualità turistica. Io osservo segnali che ci dicono che la ripresa sarà buona nella nostra città.

Lei ritiene che questa ripresa sia dovuta anche al fatto che alcuni asset, complice la pandemia, si siano deprezzati?

Non ne sono così convinto. La crisi che abbiamo avuto è una crisi pandemica, non economica. I numeri di Roma prima della pandemia erano buoni. Alcuni valori attualmente ribassati spariranno nel momento in cui terminerà definitivamente la pandemia. In questo senso, certe metriche si sono affievolite non per motivi economici, ma per motivi connessi all’emergenza sanitaria. Se c'è stato qualche settore che ha perso valore lo recupererà e proprio lì avremo il rimbalzo più alto. Il mercato immobiliare, ad esempio, è già ripartito.

Un tema che lei spesso cita è quello del Politecnico romano, dell’economia dei saperi. Ci spieghi in cosa consiste.

Proporrei come domanda: che cosa deve vivere Roma nei prossimi anni? Questo perché per lungo tempo ha vissuto di rendita: ma quali erano le rendite? I valori immobiliari, le spese pubbliche, un certo turismo. Dobbiamo però sapere che nella città globale non si vive di rendita: la globalizzazione attacca le rendite e sarà sempre più difficile difenderle e così Roma dovrà vivere anche di altro. Di cosa? Di un grande giacimento, che è il sapere. A Roma abbiamo 40 atenei e i migliori centri di ricerca italiani. C’è un grande capitale di conoscenza che però spesso non si incontra con il saper fare. Quindi, tutto quel livello di competenza oggi abbiamo difficoltà a farlo diventare forza economica. Una delle soluzioni possibili è il Politecnico, che si deve integrare in una rete e una comunicazione fra i vari distretti del sapere che non sia occasionale, ma strutturale e continua. La filiera corretta è: Politecnico, poli tecnologici e sistemi industriali. Questo è il processo che permette al tessuto economico di incontrare i saperi ed è lì che c'è valore economico in potenza. Onestamente, siamo già molto ben messi: a Roma abbiamo il 10,4% delle startup innovative a livello nazionale, abbiamo i centri di ricerca, abbiamo la Maker Faire che promuoviamo come InnovaCamera. Abbiamo molto da dire e da fare.

Mi viene in mente anche il tema dei distretti. Il cuore di Roma industriale è a Pomezia, la Tiburtina Valley è nella periferia est, molte risorse sono in provincia. Serve forse un lavoro di tessitura anche a livello di mobilità.

Certamente. Se noi andiamo a vedere il Recovery Plan e altri grandi macro-progetti c'è tutto: chiusura dell'anello ferroviario, gli investimenti sulla Roma Latina … Roma ha un grande deficit in termini di mobilità e questo ovviamente non va bene. Io però sono un po’ contrario al nome: “New Generation Europe” non mi convince, visto che sono investimenti non per le nuove generazioni, ma sono piuttosto quelle azioni che dovevamo fare trent’anni fa e non abbiamo fatto. La next generation già sa che il distretto è un dato statico, invece oggi l’economia digitale è dinamica, avviene con le nuove tecnologie. Un'impresa tecnologica può crescere con la transizione digitale, ecco allora che il primo distretto deve essere quello della conoscenza, una selva di possibilità trasformata in una miniera messa facilmente a disposizione del sistema industriale. Io ritengo che oggi si possa immaginare di andare oltre l'elemento fisico dell’economia.

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