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Dossier Sequestro di anziani

“Ridatemi mio marito, segregato in casa di riposo contro la sua volontà”

La storia di Bianca, 66 anni, che non ha più notizia del compagno con cui sta da oltre dieci anni, portato in una casa di riposo dalla figlia. Nonostante una denuncia ai Carabinieri, un appello ai servizi sociali e la recente unione civile, Bianca non ha idea di dove sia finito il marito

Fabio, 77 anni, è scomparso da oltre un mese. Recluso in una casa di riposo di Roma contro la sua volontà, privato del cellulare, solo una delle figlie ne conosce l’ubicazione. Bianca, compagna di Fabio dal 2009 - entrambi romani, i nomi sono di fantasia - lo cerca da un mese e mezzo e da una decina di giorni ne ha anche titolo legale, essendo andate in porto le pratiche di unione civile avviate qualche mese fa, prima che l’anziano fosse portato nella struttura. L’uomo è affetto da demenza degenerativa, patologia i cui sintomi hanno iniziato a manifestarsi nel settembre del 2021. Nella casa di riposo dove è stato accompagnato gli è stato sequestrato il cellulare e, prima di sparire, tra l’8 e il 10 maggio 2022, aveva mandato alla compagna messaggi di richiesta di aiuto in segreteria telefonica. Da lì in poi il nulla, nonostante i centinaia di tentativi di Bianca di entrare in contatto con il neo marito.  

“La figlia non dice a nessuno dove sta, altrimenti non si abitua”, racconta Bianca, che ha contattato RomaToday Dossier, visibilmente scossa dai muri incontrati in una vicenda che da quasi due mesi non accenna a risolversi. “Ho fatto denuncia ai carabinieri, implorando che fosse ascoltata la sua volontà, ancora nulla. Mi sono rivolta ai servizi sociali, ai centri per i diritti degli anziani, al centro antiviolenza, nessuno ascolta la volontà del diretto interessato e non conta niente il fatto che sia nel mio stato di famiglia e risieda a casa mia”, spiega la moglie che reclama la possibilità di far tornare l’anziano nella casa di proprietà dove aveva vissuto fino a pochi mesi fa con una badante o, in alternativa, di accudirlo personalmente. Prima della malattia infatti, Fabio e Bianca convivevano alternandosi tra la casa dell’uno e dell’altra. Dopo i primi sintomi, l’uomo si trasferisce da lei, ma per poche settimane. La figlia infatti reclama i suoi diritti di assistenza e impone che il padre torni a casa e sia accudito da una badante, non dalla compagna.

"Non mi dicono dove è Fabio perché deve abituarsi alla sua nuova situazione. Per questo dicono di averlo privato anche del cellulare"

BIANCA, MOGLIE DI FABIO

Da gennaio ai primi di maggio Bianca si adatta alla nuova situazione. Va a trovare il compagno appena riesce, fino al giorno in cui la badante si dimette. Fabio ha bisogno di assistenza, anche notturna, e la figlia nel giro di poche ore decide di portarlo in una casa di riposo, senza dire niente alla compagna del padre, senza comunicare a nessuno un recapito. “Mi aveva fatto giurare che non avrei permesso che sarebbe finita così”, racconta Bianca che di Fabio è diventata legalmente moglie solo il 23 giugno di quest’anno. A complicare la situazione, la figlia, a detta del suo avvocato, avrebbe ottenuto l’amministrazione di sostegno proprio pochi giorni prima che il Comune di Roma dichiarasse effettivo il legame civile tra Bianca e il marito. “Ma l’avvocato non risponde e non mi manda il documento che attesta l’amministrazione di sostegno”, denuncia la donna.

Quello di Bianca non è un caso isolato né limitato al solo territorio regionale. Solo pochi giorni fa, ai microfoni di Chi l’ha visto Santina denunciava la detenzione forzata in una casa di riposo per volontà, e su parziale inganno, della figlia. Ancora, Le Iene avevano contribuito a fare luce l’anno scorso sul caso di Carlo Gilardi, 91enne recluso in una Rsa su indicazione dell’amministratore di sostegno: all’anziano sono impedite le visite di gran parte dei famigliari. Sul caso, e in generale sul tema della terza età e le strutture di degenza per anziani autosufficienti e non, si è espresso recentemente anche il Garante Nazionale delle persone private della libertà personale.

Dalla relazione del Garante al parlamento

Come può accadere che una persona in condizione di fragilità possa ritrovarsi a essere esclusa dal mondo delle proprie relazioni sociali, a seguito della valutazione di un soggetto terzo che ha ritenuto quelle relazioni non idonee e non adeguate per la persona stessa? Quando ciò avviene, si tratta spesso di una misura ritenuta necessaria; dovrebbe però essere sempre una misura estrema, da adottare laddove altre misure non risultino certamente idonee a supportare la fragilità della persona. Occorre realmente ‘provare’ tutte le altre vie, sempre tenendo fermo il valore dell’autodeterminazione di ogni persona e soprattutto avendo chiaro il valore di supporto e non di sostituzione della sua volontà da parte di chi ha il compito di un affiancamento protettivo. Nell’ultimo anno si è acuita l’attenzione verso un caso emblematico: quello di un anziano professore benestante che è stato ricoverato in una struttura residenziale al fine di proteggerlo dalla possibile circonvenzione della sua volontà da parte di persone a lui vicine, verso le quali egli dichiara di nutrire affetto, ma che potrebbero aver esercitato e avrebbero potuto continuare a esercitare pressioni per trarre profitto dalle sue buone condizioni finanziarie. Il caso è iniziato ormai quasi due anni fa e continua a protrarsi: nell’ultimo anno il clamore mediatico lo ha portato all’attenzione di molti e dei social con la conseguenza anche di talune improprie manifestazioni che non facilitano un percorso di soluzione. Il tempo, che anche in questo caso ha una funzione rilevante, richiede forme di soluzione che contemplino sia il rispetto della sua volontà, sia la necessaria tutela, ma che siano anche tempestive. Sono i suoi novantuno anni a imporre la considerazione del tempo. E il tempo della procedura confligge con il tempo della vita. L’intervento di tutela, adottato nell’ottobre 2020 dal giudice della ‘Volontaria giurisdizione’ su proposta dell’amministratore di sostegno, ha determinato il ricovero di Carlo Gilardi – questo il nome dell’anziano professore – in una struttura residenziale. Il tempo di permanenza doveva essere breve, proporzionato a quanto necessario per delineare un progetto di ritorno presso la sua abitazione: quindi un tempo “finito” e presumibilmente breve. Invece ha assunto una connotazione di una durata indefinita. Quando la figlia di Marcello ha messo il padre in casa di riposo non era neanche amministratrice di sostegno.

Il tema è delicato e ruota intorno alla capacità di intendere e di volere della persona in questione. Tuttavia le segnalazioni di violazioni o di condizioni di privazione delle libertà, pervenute al Garante nazionale da strutture residenziali per anziani e disabili, sono in vertiginoso aumento a partire dal 2017, con un picco di 70 nel 2021 su tutto il territorio nazionale. Un dato che sconta indubbiamente le privazioni vissute dai degenti durante la pandemia, con limitazioni ulteriori alle visite e scarsissimo contatto con il mondo esterno. Ma che al contempo segnala come, in determinate situazioni, case di riposo ed Rsa possano trasformarsi in prigioni e la degenza in una lenta condanna a morte per chi ci finisce senza un espresso consenso. 

“Fabio è stato portato contro la sua volontà in un luogo tenuto segreto ai suoi affetti più stretti”, dice Bianca, preoccupata anche dal fatto che la malattia del marito non possa che peggiorare, privato com’è di contatti con il mondo esterno. La figlia e l’avvocato non rispondono alle chiamate, alle raccomandate e alle Pec della donna che sta cercando di capire se la figlia sia effettivamente diventata amministratrice di sostegno. Nel caso, Bianca dovrà rivolgersi al giudice tutelare. “Il tempo nel frattempo passa, lui chiuso in casa di riposo è solo, non può sentire nessuno e starà peggiorando: magari non ci vedremo più”, racconta ancora la donna, “mi sembra incredibile che la figlia possa disporre così della vita e della morte del padre”. 

Le disposizioni in caso di ingresso in casa di riposo cambiano di caso in caso, soprattutto a seconda dello stato di salute della persona entrante. I casi limite sono tanti. Le strutture di accoglienza private, come vediamo nella seconda parte di questa inchiesta, lasciano ampia libertà di scelta (a chi l’anziano lo porta più che all’anziano stesso) sulle modalità di inserimento. E, a differenza di RSA pubbliche o convenzionate, non sono tenute a tenere un registro ufficiale o un database consultabile degli utenti ospitati. 

La seconda parte dell'inchiesta qua

Hai avuto problemi con le case di riposo? Vuoi denunciare una situazione poco trasparente? Raccontaci la tua esperienza scrivendo alla mail dossier@romatoday.it.

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