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Domenica, 4 Dicembre 2022
Dossier Stato di salute

Mr Sanità vuole diventare presidente. Ma che situazione lascia negli ospedali del Lazio?

Dopo il Covid la medicina nel Lazio doveva ripartire. Invece i Pronto soccorso sono un inferno, le attese per gli esami sono bibliche e medici e infermieri - ormai in burnout - si licenziano dai reparti d’urgenza. Così a rimetterci sono soprattutto i pazienti

“Una rivoluzione gentile per cambiare la sanità”. Spesso l’assessore della Regione Lazio Alessio D’Amato - ormai arrivato a fine mandato, ma pronto a lanciarsi come “candidato unitario” per la presidenza - ha usato queste parole per descrivere il suo lavoro. Ma questa rivoluzione è avvenuta? Ecco come l’amministrazione Zingaretti lascia la Sanità.

La carenza di medici

Il primo grande problema è la carenza di medici e pediatri. A dirlo sono i dati: un'analisi del sindacato Sumai Assoprof conta in Regione 45mila medici chirurghi, ma di questi 35mila sono professionalmente attivi e quasi 10mila in pensione. In proiezione, questo porterebbe nel 2025 ad una carenza di 990 specialisti. La situazione del Lazio sotto certi aspetti è meno drammatica che in altre regioni, con un rapporto pari a 7,95 camici bianchi per 1.000 abitanti, contro i 6,74 della media nazionale. Ma ben oltre un terzo dei dottori ha oltre sessant'anni: sono 20mila 200, più del 44 per cento, mentre arrivano addirittura al 55% quelli sopra i 55 anni. Basti pensare solo ai più recenti episodi in cui la carenza di medici o il sovraccarico di lavoro hanno mandato al collasso il sistema sanitario. Come quando la cronica mancanza di personale medico ha obbligato alla chiusura di 6 posti letto al reparto medicina del Grassi di Ostia. Una crisi peggiorata negli ultimi 10 anni e che per quelli a venire richiede politiche incisive, che consentano di immettere giovani professionisti nel sistema sanitario regionale.

L'assessore alla Sanità Alessio D'Amato e il presidente uscente della Regione Lazio Nicola Zingaretti

Attese infinite…Tranne nel privato

C’è poi il tema delle attese per controlli ed esami, che a Roma sono semplicemente illegali. Come denunciato in questa inchiesta di Dossier, per legge il sistema sanitario regionale dovrebbe garantire il rispetto dei tempi di attesa standard (72 ore per le prestazioni urgenti, 10 giorni per quelle a breve termine, 30 per le visite differibili, 60 per gli esami strumentali rimandabili) per almeno il 90% delle prenotazioni. Ma a Roma questa percentuale scende all’82,4%, e cala ulteriormente per gli esami urgenti (78,2%) e per quelli “brevi” (75,7%). I dati forniti dalla regione Lazio si riferiscono alle oltre 72mila prestazioni prenotate tra il 25 luglio e il 28 agosto, e fotografano una situazione allarmante: “Mancano strumenti diagnostici e personale, e c’è il tema dell’organizzazione del lavoro. In questi anni le aziende sanitarie si sono concentrate sull'emergenza covid, trascurando le attività ordinarie”, spiega il segretario regionale della Cgil Natale Di Cola. Il sindacato pochi mesi fa ha lanciato la campagna La cura non può attendere, proprio per denunciare il problema delle liste d’attesa.

Attese che si azzerano se si passa dal pubblico al privato. L’annoso problema - peggiorato con la pandemia - trova una soluzione a pagamento. Dossier RomaToday ha testato direttamente l’esperienza: basta fingersi pazienti e prenotare nel privato. Vi riportiamo qualche esempio: un elettrocardiogramma sotto sforzo può costare dai 100 ai 250 euro, e a seconda del cardiologo se ne può prenotare uno nell’arco delle successive 24-48 ore. Per un’ecografia mammaria si parte dai 55 euro e si sale sino a poco più di 100, addirittura potendo usufruire di sconti se il professionista vuole “promuovere” la sua attività. I tempi di attesa sono gli stessi: già dopo 24-48 ore è possibile presentarsi in studio per essere sottoposti all’esame. Passando invece alla colonscopia, qualche variazione sul tema si nota. Sul costo, principalmente: gli specialisti e gli studi privati eseguono questo tipo d’esame corrispondendo un prezzo medio di circa 500 euro (con picchi di 350 e 800 euro) e i tempi si allungano leggermente. Se si prova a prenotarlo mercoledì 14 settembre, il primo appuntamento utile è per venerdì 16 in quattro differenti studi medici. Nel pubblico meno del 70% dei pazienti riesce a prenotarlo nei tempi prestabiliti. Tra il 5 e l’11 settembre le prenotazioni sono state 511, e l’indice TDA, ovvero il rapporto tra il numero delle prenotazioni evase nei tempi prestabiliti rispetto al numero totale delle prenotazioni, è del 59,7%, classificato come giallo.

Donne non tutelate

La salute di alcune categorie è meno tutelata di quella di altre nel Lazio. È il caso delle donne, che vedono il diritto all’aborto spesso messo in pericolo. Come succede al San Camillo di Roma, dove il servizio è garantito solo grazie alla buona volontà delle ginecologhe che ci lavorano, che restano oltre l’orario di turno e cercano di aiutare più donne possibili. Per il resto, le pazienti attendono il loro turno in un sottoscala, vengono rimandate a casa per diverse volte, non viene offerta loro la possibilità dell’interruzione di gravidanza farmacologica con la pillola RU. Qui potete vedere l'inchiesta video completa

Le donne sono poco tutelate anche per quanto riguarda la contraccezione. L’assessore alla Sanità Alessio D'Amato aveva lanciato l’investimento di 10 milioni di euro per la gratuità dei contraccettivi. Una misura che vorrebbe puntare a tutelare in particolare la fascia adolescenziale, cioè le ragazze tra i 14 e i 19 anni. Attualmente però se si recano in un consultorio, hanno diritto alla visita gratuita ma poi il medico non può che prescrivere loro il farmaco da comprare in farmacia (con una spesa che va dai 15 ai 19 euro al mese). Al momento nei consultori di Roma - e non in tutti - l'unico contraccettivo gratuito è la spirale. Inoltre, dovrebbe esserci un consultorio ogni 20 mila abitanti, invece nella Capitale ce n’è uno ogni 50 mila, e in alcuni Municipi addirittura uno ogni 100mila persone.

Parliamo addirittura di violenza nel caso del parto. Abbiamo denunciato il fenomeno di violenza ostetrica, di cui si parla pochissimo. Procedure rischiose e non necessarie, insulti, cesarei senza consenso, suture alla vagina senza anestesia: secondo gli ultimi dati disponibili, raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Italia ne è vittima circa una donna su quattro. Delle quasi 5mila donne intervistate quasi il 40% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche, una su tre ha rilevato una comunicazione poco chiara da parte del personale, una su quattro non ha ricevuto un trattamento dignitoso, mentre il 12,7% ha denunciato abusi.

Anziani abbandonati

L’aspettativa di vita si allunga sempre di più, anche per la popolazione del Lazio. E garantire agli anziani una vita dignitosa nei loro ultimi anni diventa un tema. La Regione non eccelle in questo. Tra autorizzazioni fittizie, società inattive e controlli nulli, come racconta Filippo Poltronieri. Con un boom di segnalazioni al Garante. I vari municipi pubblicano una lista delle case di riposo private autorizzate a esercitare, sulla base di alcuni parametri come l’esistenza di barriere architettoniche, l’accessibilità della struttura, il personale operativo e la fedina penale del proprietario o dell’amministratore. L’accreditamento al Comune, poi, serve solo per garantire all’utenza la possibilità di un contributo economico, quando possibile. La casa di riposo da noi esaminata, inattiva, risulta nella lista del municipio di riferimento. Viceversa, con una ricerca incrociata sul web, è facile verificare come esistano numerose strutture operative ma non segnalate sui siti dei municipi. E a rimetterci sono i nostri nonni.

Convenzioni ambigue

Un altro punto debole della Sanità è quello dello spreco di soldi. La Regione paga le cliniche per la riabilitazione il triplo rispetto ai prezzi di mercato, come abbiamo raccontato nell’inchiesta di Andrea Palladino. Il caso eclatante è quello della clinica San Raffaele a Rocca di Papa. Dopo il blocco dell'accreditamento del 2020 per un focolaio Covid, oggi il dirigente si dice sicuro della pace imminente con Nicola Zingaretti. Intanto la struttura accoglie pazienti privati. Con una sorpresa: la Regione Lazio paga il doppio alle cliniche convenzionate. Il prezzo è rivelatore. Per la stessa prestazione in una clinica, dello stesso gruppo, accreditata, la Regione Lazio paga tra i 230 e i 270 euro al giorno, come ci conferma l'ufficio stampa dell'assessorato regionale alla sanità. In un mese vuol dire minimo 6.900 euro, ovvero più di tre volte rispetto alla tariffa chiesta dal San Raffaele di Rocca di Papa ai privati.

Emergenza Pronto Soccorso

I medici nel Lazio se ne vanno soprattutto dalla prima linea, ovvero dai Pronto Soccorso. In quattro o cinque al mese scelgono di passare nei reparti specialistici, di cambiare ospedale o addirittura indirizzo professionale virando sulla medicina di famiglia o sul privato. E così i dipartimenti di emergenza, i Dea, si svuotano con conseguenze disastrose. Come potete leggere nell'inchiesta di Gabriele D'Angelo, in Regione mancano oltre 400 unità in organico, suddivise tra 50 centri di Pronto soccorso, compresi quelli polispecialistici e i pediatrici. I motivi di questa emergenza sono diversi, alcuni ce li ha spiegati Maurizio Santori, comandante del nucleo antisofisticazione (Nas) di Roma: “La medicina di base non riesce più a fare da filtro. Per questo si forma un imbuto che finisce dritto nei pronto soccorso”. In altre parole medici di base, pediatri e guardie mediche della Capitale non riescono più a soddisfare l’enorme domanda di assistenza sanitaria che viene dal territorio, e così molti dei loro pazienti finiscono per rivolgersi ai Pronto soccorso. Ne abbiamo parlato anche in una puntata del podcast “Dentro Roma”.

Il flop delle Case della Salute

La soluzione-filtro al caos dei Pronto Soccorso doveva essere quella delle "Case della Salute". Ma ad oggi resta la più grande promessa non mantenuta. Dossier ha raccontato che il presidente della regione Lazio aveva promesso di aprire 48 case della salute entro fine 2014, di cui 15 a Roma (una per ogni municipio). Ma oggi ce ne sono solo 22, di cui solo 6 o 7 funzionano davvero. Le altre sono poliambulatori specialistici dove devi aspettare anche 9 mesi per un’ecografia. Nella Capitale le case della salute in funzione sono appena 7 (quelle di Prati, Torrenova, Ostia, Santa Caterina, Labaro-Prima Porta, via Antistio e Nuova Regina Margherita), meno del 50% di quanto promesso. Questo la dice lunga sull’efficacia di un sistema che in teoria poteva essere importante, ma in pratica non è ancora entrato a regime. E, come per tante altre cose, siamo fuori tempo massimo. 

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