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Martedì, 5 Luglio 2022
Dossier Potere

L'omicidio annunciato del giudice Amato. Quarantadue anni fa l'agguato

Quarantadue anni fa moriva a Roma il giudice Mario Amato, ucciso dai Nar Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini. Appena dieci giorni prima dell'agguato era stato ascoltato per la seconda volta davanti al CSM: "Mi hanno lasciato solo, la destra romana ha legami e diramazioni dappertutto". Le bobine delle sue audizioni sono sparite

Erano le 8 del mattino di quarantadue anni fa. Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, esce di casa. La sua auto era in riparazione e la vettura di ufficio non era disponibile. Fa pochi passi, verso la fermata dell’autobus che Viale Ionio porta a Piazzale Clodio. Un uomo lo segue, mentre una moto si posiziona preparando la fuga. Un solo proiettile, mortale, di calibro 38 special, lo uccide sul colpo. Un’azione vigliacca, fatta senza neanche guardare in faccia la vittima. A sparare è Gilberto Cavallini, il più anziano del gruppo dei Nar romani. Insieme a lui, alla guida della motocicletta, c’era Luigi Ciavardini, all’epoca diciassettenne, con alle spalle già un’altra azione mortale, quella del 24 maggio davanti al liceo Giulio Cesare, con la morte dell’agente Evangelista. Tra i mandanti dei killer di Amato c’erano i due volti più noti dei Nuclei armati rivoluzionari, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che ammetteranno il loro coinvolgimento, utilizzando parole sprezzanti nei confronti del magistrato. Ancora oggi lo stesso Ciavardini ripete quelle tesi infamanti proposte dai Nar sul pm romano.

L’agguato del 23 giugno 1980 è uno snodo chiave. Un mese e mezzo dopo la stessa organizzazione farà esplodere una bomba nella sala d’attesa di secondo classe della Stazione di Bologna: Fioravanti, Mambro e Ciavardini sono stati ritenuti colpevoli in via definitiva, Cavallini ha subito una condanna per l’attentato del 2 agosto in primo grado ed oggi è in attesa dell’appello. Non è dunque un caso che il processo per l’agguato sia avvenuto a Bologna alla fine degli anni ‘80, dove in parallelo i magistrati stavano cercando di ricostruire il contesto della strage.

Mario Amato era tornato a Roma dalla procura di Rovereto, in provincia di Trento, da tre anni. Dopo pochi mesi si era trovato ad essere l’unico pm ad indagare sul terrorismo nero, vedendo passare sul suo tavolo quel crescendo tragico a cavallo tra il 1979 e il 1980.

Mario Amato nel suo ufficio-2

La galassia Nar

Il gruppo guidato da Valerio Fioravanti ancora oggi rimane un enigma in buona parte da risolvere. Il volantino di rivendicazione dell’omicidio Amato è uno dei pochi documenti rilasciati dai Nar a mo’ di manifesto. Il 24 giugno, il giorno dopo l’agguato, i Nar chiamano il quotidiano “La Repubblica” indicando il posto dove era stato nascosto un volantino di rivendicazione: “Non c’è bisogno di covi né di grandi organizzazioni: tre camerati fidati e di buona volontà bastano”, si legge nel documento, che termina con lo slogan “creare lo spontaneismo armato”. Luigi Ciavardini - si legge nella sentenza della corte d’Assise di Bologna - “era saturo di ammirazione per il Cavallini e il Fioravanti e si vantava di aver costituito con loro un gruppo di ‘sette magnifici pazzi’”.

Apparentemente, dunque, i Nar erano una organizzazione ‘spontaneista’, ovvero non collegata con le sigle storiche dell’eversione nera. Questo è il ritratto che da sempre Fioravanti, Mambro e Ciavardini hanno voluto dipingere di sé. 

L’ultimo processo sui mandanti della strage di Bologna - che ha visto la condanna di Paolo Bellini - tratteggia però uno scenario ben differente. La tesi dell’accusa, accolta dai giudici di primi grado, è che i Nar fossero stati finanziati direttamente dalla P2 di Licio Gelli. Già nei processi precedenti diversi collaboratori (come Calore ed Aleandri) avevano riferito con molti dettagli i contatti tra l’area eversiva neofascista dell’epoca con Gelli. In sostanza quello che poteva apparire come un movimento di “magnifici pazzi” era in realtà parte di un arcipelago, costruito e manipolato da ben altri poteri.

L’omicidio Amato, in questo senso, è esemplare. Per comprenderne le reale portata e il significato politico occorre partire dai primi mesi del 1980.

Il Csm, tra bombe e P2

La storia passa in luoghi simbolo. A piazza indipendenza il Palazzo dei Marescialli, realizzato nel 1877, ospita dal 1960 l’organo di autogoverno dei giudici, il Consiglio superiore della Magistratura. A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 il CSM diventa uno dei principali obiettivi del terrorismo italiano. Delle Brigate rosse, che il 12 febbraio 1980 uccido l’allora vice presidente Vittorio Bachelet, nei corridoi della facoltà di Scienze politiche della Sapienza dove i insegnava. Il 24 maggio 1979 il Movimento Rivoluzionario Popolare - sigla dell’eversione nera, collegata all’area  dell’eversione neofascista dei Nar - piazzò un’auto imbottita di esplosivo davanti al Palazzo dei Marescialli: la strage fu sfiorata, il timer non funzionò.

Dopo la morte di Bachelet al CSM arriva come vice presidente (che ha un ruolo effettivo, il presidente costituzionalmente è il Capo dello Stato) Ugo Zilletti, legato alla galassia piduista di Licio Gelli. 

Il 25 marzo del 1980 Amato viene convocato in audizione davanti al Consiglio superiore, che aveva avviato un’inchiesta sulla della gestione della Procura di Roma. In quella occasione il pm illustrò una parte delle sue indagini sul terrorismo nero: “Devo dire che, pur essendo indubbiamente meno pericoloso allo stato del terrorismo rosso, tale tipo, di criminalità ha firmato dal 1979 ben 4 attentati a Roma, uno dei quali ha interessato proprio questo Consiglio e non ha avuto un esito infausto soltanto perché non ha funzionato il timer (non si sa ancora se non funzionò perché manomesso, o per un, guasto imprevisto dagli attentatori, fatto sta che l'attentato venne compiuto con 55 candelotti di dinamite che se fossero esplosi, in piena piazza Indipendenza, avrebbero provocato una vera e propria strage). Altri, attentati neri sono stati poi quelli contro Regina Coeli e contro il Campidoglio”. 

Lasciato solo

Il quadro era decisamente grave. Mario Amato aveva ereditato le inchieste di Vittorio Occorsio, il suo collega ucciso nel 1976 da Pierluigi Concutelli, considerato il capo militare del Movimento politico ordine nuovo. Da un paio d’anni tutti i fascicoli sull’eversione nera veniva assegnati ad Amato, l’unico pm che seguiva questo filone. Più di seicento processi. 

Durante la sua audizione del 25 marzo il magistrato racconta apertamente la situazione pericolosa che si era creata: "Sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro per un anno e mezzo. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Solo una volta sono stato chiamato dal Procuratore Capo a proposito del nominativo di un collega trovato nell'agenda di un professore arrestato”. Aveva provato a chiedere un supporto, senza successo: “Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole "creare" il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio. Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile, infatti, sia ridurre i rischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola”. Parole che risuonarono come un grave J’accuse ed un allarme rimasto inascoltato. 

La destra romana, “legami e diramazioni dappertutto”

Il 13 giugno 1980, mentre i Nar preparavano l’agguato del 23 giugno, Mario Amato torna al CSM, per una seconda convocazione. Questa volta si concentra nel disegnare il quadro dell’eversione nera, tornando a chiedere apertamente un aiuto: "Per fare il quadro generale della situazione in cui mi sono venuto a trovare devo dire che mi sono trovato a dover svolgere indagini in un ambiente molto difficile e cioè quello della destra romana. Si tratta di un ambiente che ha legami e diramazioni dappertutto. Specialmente per il fatto che ero il solo a svolgere detta attività mi sono trovato più volte esposto ad attacchi o della stampa, o dei legali che sono molto legati a certi ambienti. Costoro hanno cercato più volte di mettermi in cattiva luce e di indicarmi come persona faziosa, che non sa fare il proprio lavoro e cose del genere”. Aveva chiesto di essere affiancato da altri colleghi. Nessuno si era fatto avanti: “Ricordo, a tal proposito, una riunione piuttosto spiacevole in cui il Capo disse che "il mio problema“ (era infatti divenuto il "mio" problema) era risolto perché vi erano due volontari senza, peraltro, farne il nome. Il collega Nicolò Amato domandò, allora, se si poteva sapere chi fossero tali due colleghi, al che il Procuratore fece i nominativi di due colleghi che subito si alzarono protestando che loro "volontari non erano" e che, anzi, avevano manifestato una idea contraria”.

La voce di Mario Amato è sparita

Il verbale dell’audizione del 13 giugno termina con una annotazione: “m. 233 - pista 1-4”. E’ l’indicazione della bobina magnetica della registrazione dell’intervento di Mario Amato. La trascrizione, d’altra parte, è stenografica. Dunque, come sempre avveniva al SMS, l’audizione era stata registrata.

Quei nastri, però, sono nel frattempo spariti. Il Consiglio superiore della magistratura ha provato, anche recentemente, a cercarli, ma senza successo. Sergio Amato, il figlio del magistrato, che all’epoca dell’agguato aveva appena sei anni, aggiunge una nota amara: “Io purtroppo non ho mai avuto il piacere di riascoltare la voce di mio padre”.

Qui l'inchiesta-video completa: "Il nero Ciavardini, la rete tra Rebibbia e la Regione Lazio".

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