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Mercoledì, 22 Maggio 2024
Dossier BENI COMUNI

A Roma l'acqua costa il doppio rispetto a Milano e il prezzo crescerà ancora. Ecco perché

Il costo del sistema idrico nella capitale è aumentato esponenzialmente dal 2003 in poi, anno di affidamento ad Acea. Il referendum del 2011 aveva tolto il profitto sull'acqua, ma quel voto è stato tradito riscrivendo la formula per calcolare la tariffa. I profitti della società romana quotata in borsa salgono alle stelle

C’era una volta l’acqua di Roma. Di ottima qualità, a buon mercato e pubblica. La chiamavano l’acqua del sindaco, espressione che rappresentava un certo orgoglio e l’idea di un bene di tutti i cittadini. Le immagini degli acquedotti romani e il sofisticato sistema idraulico che arrivava nel cuore della capitale, a piazza Vittorio, in fondo rendevano Roma una sorta di capitale mondiale dell’acqua.

Oggi il costo del sistema idrico integrato nella capitale è tra i più alti in Italia, il doppio rispetto a Milano. Il gestore, Acea spa, ha perso la vocazione - sostanzialmente e formalmente - di ente pubblico, quotandosi in borsa più di vent’anni fa e aprendo all’investimento della multinazionale francese Suez.

Come cresce il costo dell’acqua

Considerando una famiglia di tre persone, con un consumo medio di 252 metri cubi all’anno (dato desunto da diverse fonti, tra queste gli studi Istat), a Roma nel 2022 la bolletta raggiunge i 500 euro. Più del doppio rispetto a Milano, dove per gli stessi consumi una famiglia paga 230 euro.

Dal 2003, anno di inizio della convenzione con Acea Ato 2 Spa, il costo è aumentato di circa 300 euro su base annua ed include l’utilizzo dell’acqua potabile, la fognatura e la depurazione. In quasi vent’anni è cambiato anche  il sistema di calcolo della tariffa, con uno scatto importante - visibile nel grafico - tra il 2013 e il 2014. Cosa è accaduto?

Il referendum tradito

Nel 2011 si svolsero quattro referendum. I primi due quesiti riguardavano il Sistema idrico integrato (il terzo era sul nucleare, il quarto sul legittimo impedimento), che ottennero il quorum del 54% con il 94% dei sì, pari a 27 milioni di voti. Il primo chiedeva l’abrogazione dell’articolo 23 bis del decreto legge del governo Berlusconi sui “Servizi pubblici locali di rilevanza economica”, norma che sostanzialmente obbligava i comuni a cedere alle società private la gestione del Sistema idrico integrato. Il secondo quesito - il più temuto dai gestori - proponeva la cancellazione del sistema di “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito”. In sostanza il profitto garantito sul servizio idrico. Il sistema della tariffa in vigore all’epoca prevedeva un ricarico automatico del 7% sugli investimenti realizzati e, dunque, sulla tariffa per l’acqua e la depurazione delle fognature.

Poche ore dopo la vittoria schiacciante dei Sì, ai piani alti di Acea scatta l’allarme. Il sistema della remunerazione garantita aveva infatti permesso un flusso di milioni di euro nella casse della società partecipata dai privati. Il sistema era semplice e collaudato: al momento della concessione la holding romana aveva valutato i propri asset 894,34 milioni di euro. Questa era la base di calcolo per il 7%, applicato in automatico anno dopo anno. Quel valore doveva essere confermato da una perizia indipendente, mai realizzata.

Il 24 giugno 2011, dieci giorni dopo il risultato del referendum, la direzione di Acea riceve uno studio che aveva commissionato all’avvocato Giulio Napolitano, figlio dell’allora presidente della Repubblica, ordinario di diritto pubblico alla terza università di Roma. Come possiamo reagire al voto popolare? Era il senso del quesito posta ad uno dei maggiori esperti sul tema.

Il punto chiave riguardava l’abrogazione della remunerazione garantita, che era il vero cuore del Referendum sull’acqua. Nel parere vengono poste le basi per le modifiche successive delle norme abrogate, che - paradossalmente - porteranno ad un aumento del profitto per Acea (e per molti altri gestori in Italia) e, nel contempo, delle bollette per i cittadini romani.

Giulio Napolitano nell’analizzare il risultato del Referendum richiama il Decreto legge 70/2011 che il governo di Silvio Berlusconi - all’epoca in carica - aveva varato il 13 maggio del 2011, un mese prima della consultazione elettorale. La norma aveva istituito un’agenzia centrale di regolazione dei servizi pubblici (la AEEGSI, oggi divenuta ARERA), affidandole il compito di regolare le tariffe, sostituendo di fatto le Autorità d’ambito (ovvero le conferenze dei comuni che fino a quel momento erano la controparte dei gestori), anche con poteri sostitutivi. L’analisi del docente di Roma 3 evidenziava che “l’abrogazione referendaria è destinata ad incidere direttamente sull’esercizio di un potere amministrativo, quello di determinazione della tariffa idrica, di cui nel frattempo sono sono mutati sia la competenza sia i criteri regolatori”. In altre parole secondo Giulio Napolitano i referendum avevano colpito la possibilità per gli Ato di applicare il ricavo garantito, ma nel frattempo la competenza era passata all’Agenzia, ente che non era destinataria del voto popolare. Un sofisma in punta di diritto, che Acea accoglie brindando.

Il voto abroga il profitto? Cambiamo la formula

L’agenzia regolatoria si mette così al lavoro. In un paio d’anni elabora un nuovo sistema tariffario, estremamente complesso, ma che ha come centro l’equilibrio finanziario del gestore. In altre parole il perno del calcolo del costo del Servizio idrico integrato per i cittadini è la salvaguardia dei bilanci della società incaricata della gestione. Profitto incluso.

La tariffa viene dunque elaborata basandosi su un Piano economico finanziario presentato da Acea alla conferenza dei sindaci, che - vista la norma del 2011 - può solo applicare la complessa formula finanziaria elaborata da Arera. L’agenzia predispone anche le norme che regolamentano i rapporti con l’utenza, imponendo la linea dura per chi non riesce a pagare le bollette: l’acqua va staccata, costi quel che costi. Il voto popolare? Ormai archiviato.

Per Acea spa - la società che aprì la strada al nuovo sistema di regolamentazione della gestione attraverso l’Agenzia, utilizzando lo studio dell’avvocato Napolitano - dopo il Referendum inizia una vera e propria era d’oro. Basta leggere l’ultimo Piano economico finanziario, presentato alla conferenza dei sindaci dell’Ato 2 (area che comprende la provincia di Roma) per capire il giro d’affari. Alla voce “utili (o perdite) riportate a nuovo” ci sono molti zeri. Il PEF calcola questo parametro anche in prospettiva, fino all’ultimo anno della convenzione, il 2032.

La cifra si basa su una previsione di utile che partendo dai 70 milioni di euro per il 2020, arriverà a fine concessione a 97,5 milioni di euro. Alla fine Acea Ato 2 (la società del gruppo Acea che gestisce l’acqua nella provincia di Roma) - secondo il PEF - avrà accumulato nel 2032 1,745 miliardi di euro di patrimonio netto, costituito in gran parte da utili.

Il balzo in avanti nei ricavi - e, di conseguenza, negli utili - derivato dal cambio del sistema di calcolo della tariffa dopo il referendum, è visibile comparando la previsione contenuta in due PEF, quello elaborato nel 2014 e quello più recente del 2020. 

Il costo dell’acqua crescerà ancora

Quell’utile deriva quasi interamente dalla tariffa applicata nella provincia di Roma, con un risultato di esercizio (ovvero un ricavo al netto dei costi operativi e delle imposte) che oggi si assesta attorno ai 70 milioni di euro all’anno, con una previsione di crescita a due cifre, fino ad arrivare a superare i 97 milioni di euro annui nel 2032.

Per garantire questi risultati la tariffa dovrà necessariamente aumentare ulteriormente.

Il nuovo sistema tariffario di ARERA, introdotto nel 2014, prevede l’applicazione di un moltiplicatore per la tariffa, il cosiddetto parametro Theta. Nel 2020 è stato applicato un fattore 1,020, nel 2021 1,078 e quest’anno 1,139. Questo valore crescerà ulteriormente, secondo il Piano economico finanziario presentato da Acea Ato 2 spa ed approvato dalla conferenza dei sindaci, arrivando a 1,505 nel 2032. L’acqua pubblica con un prezzo accessibile per tutti è ormai un lontano ricordo.

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