Cultura

Renato Zero: "Dico ancora buone barzellette"

Sorcini scatenati per il ritorno del loro idolo che professa amore eterno alla sua città e di cui racconta l'unica delusione ricevuta: “Volevo raccogliermi in preghiera, ma non c'era una chiesa aperta”

Sono passati più di quarant’anni dai suoi esordi, eppure la grinta e la voglia di stupire sono rimaste le stesse. E così, dopo tre anni e mezzo di assenza, ecco il nuovo disco di Renato Zero, quel cantante d’eccezione che un tempo “si vendeva” con strass e costumi eccentrici e che oggi grida il suo “Presente” (questo il titolo del cd, che ha già battuto i record di prenotazioni) con sobrietà e colori scuri.

Cos’è cambiato? “A parte gli anni che passano, qualche ruga in più e la gioia di essere ispirato dalle mie due nipoti, Ada e Virginia, assolutamente niente”. Ci tiene a ribadire di essere sempre se stesso, nello stile, nella sostanza, un “romano” innamorato della quella città eterna che da piccolo lo ospitava nella borgata Montagnola e da grande lo continua ad accogliere con entusiasmo (a confermarlo, il pienone alla Feltrinelli Libri e Musica della Galleria Colonna/Alberto Sordi, dove si è presentato davanti ai suoi fans alle 00.00 spaccate), deludendolo in tanti anni solo una volta: “Volevo raccogliermi per ricordare la morte di un caro amico, giovane e in gamba, e non trovai nessuna chiesa aperta. Per uno che ha cantato “Il cielo” è assurdo vivere l’oggi, in cui il lavoro che fa la Chiesa non è esattamente quello che ci si aspetterebbe. E’ che l’uomo nel far da tramite spesso filtra male: ognuno dovrebbe avere un suo dio per ogni problema”.

La sua divinità personale è senz’altro la musica, a cui Zero dedica uno dei più bei brani fra i diciassette contenuti nel nuovo album: “Giù le mani dalla musica”, che un po’ se la prende con chi ruba “voce, volto e felicità” a “ostaggi di un’anonima playlist” e molto incita, come tutto il resto del disco, a non arrendersi, perché “la musica, sai, è un modo di amare forte…”.

Cosa ci serve, allora, per andare avanti? “Un orizzonte completamente aperto: una domenica. Un pane. Ed una spiaggia dove ritrovarci o perderci”, canta ne “Il sole che non vedi” e intanto pensa al suo sole: una carriera in salita che continua a non (pre)vedere limiti. “Si aspettavano da me una sorta di “J’accuse”, invece eccomi, sono di nuovo qui, con voi: a 58 anni dico ancora buone barzellette, posso avere giusto qualche scalfitura… pensavo peggio!”.

E a chi lo paragona ai grandi che lui dichiara di stimare da sempre, come Luigi Tenco o Gino Paoli (“preferisco interpreti meno forzati e più emozionanti, perché rigetto del tutto il talentismo forzato”), lui risponde con il suo inconfondibile accento romano: “A nì, mò non s’allargamo!”.
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