Violenza sulle donne, cosa fanno polizia e carabinieri per combattere i 'mostri': "Anche vicini e familiari denuncino"

La dottoressa Pamela Franconieri della IV Sezione della Squadra Mobile di Roma e il capitano dei carabinieri Francesca Lauria, hanno raccontato cosa fanno le forze dell'ordine per prevenire e combattere la violenza di genere

La violenza sulle donne è una questione culturale e sociale. I reati di genere, dai maltrattamenti agli abusi domestici, non sono calati e i dati, registrati durante il periodo del lockdown, per esempio vanno presi con le molle. Sono quasi ingannevoli. Le vittime, le donne, continuano a denunciare e in questi anni chi le aiuta, tutela e difende ha aumentato alzato i livello dei sistemi messi in campo per combattere questo 'mostro', quello della violenza. 

A Roma, in prima fila a combattere i reati contro le donne, ci sono Pamela Franconieri dirigente della IV Sezione della Squadra Mobile della polizia di Stato e Francesca Lauria, capitano della sezione della polizia giudiziaria dell'Arma dei carabinieri che lavora a stretto contatto con la Procura. Due donne, in prima linea, per aiutare le donne. 

Proprio secondo i dati della Procura, a dicembre nella Capitale ci sono stati 300 casi di violenza sulle donne, 312 a gennaio, 346 a febbraio e 261 a marzo, in pieno lockdown. Numeri che però, secondo la dottoressa Franconieri sono ingannevoli: "Il calo può essere dipeso dal fatto che c'erano meno occasioni di vedersi e quindi, la possibilità di compiere abusi sessuali o molesti era minore. Non solo. Il calo di denunce c'è stato anche perché le vittime potrebbero aver avuto maggiori difficoltà a chiedere aiuto, perché in molti casi controllate a vista. Purtroppo il calo di denunce, spesso corrisponde un aumento del fenomeno sommerso", sottolinea a RomaToday.

I casi di violenza sulle donne a Roma e provincia

Una considerazione confermata anche nei fatti perché "una volta finito il lockdown, le denunce sono aumentate. O meglio, tornate con i numeri che già conosciamo".

Secondo i dati della Questura, a Roma e provincia nel periodo gennaio-settembre 2019 ci sono stati 872 atti persecutori. 1167 maltrattamenti contro familiari e conviventi e 283 violenze sessuali. Nello stesso periodo del 2020, i numeri sono simili 794 atti persecutori, 1206 maltrattamenti, 226 abusi sessuali. 

Per questo tutta la rete di prevenzione deve essere molto attenta a intercettare i segnali di pericolo. "Parlando con una ragazza che ha subito una violenza sessuale, una volta mi disse che l'abuso di quel tipo è un dolore abissale che ti taglia a metà. Un mostro che ti divora. - sottolinea la dottoressa Franconieri - La violenza di genere, purtroppo, è un fenomeno culturale, sociale. Dobbiamo combattere il fatto che gli abusi contro le donne non siano la normalità. Anzi, piuttosto reati gravissimi". 

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Il momento della denuncia

Il momento più delicato, in queste situazioni, spesso è quello della denuncia. "In quei frangenti la vittima è come se si guardasse dal di fuori. Quello che ha subito diventa reale e, anche quando noi spieghiamo bene cosa comporterà quello sfogo, le indagini e le conseguenze penali su chi ha commesso l'atto, non c'è mai retromarcia da parte della donna. La consepolezza di uscire dall'incubo diventa più forte", spiega la dirigente". Determinante, sempre più spesso, è l'aiuto di chi sta accanto a chi subisce gli abomini. 

"Il nostro ufficio ha trattato un caso molto delicato poco tempo fa. Una donna era andata in tre ospedali diversi per farsi medicare gravi ferite che lei adduceva a 'incidenti stradali o domestici'. Grazie alla coordinazione con i plessi sanitari e l'analisi delle cartelle mediche, anche al di là dei meri giorni di prognosi riportati, abbiamo ricostruito il caso. Una storia di violenze fisiche e suassiali - racconta la dottoressa Franconieri - In un altro caso alle porte di Roma, abbiamo scoperto che donna vittima degli abusi del marito da ben 17 anni, grazie all'aiuto dei vicini di casa. Altre volte, casi scoperti grazie alle denunce dei familiari. Insomma, la rete attorno alla vittima spesso è fondamentale. A volte salva la vita". 

Le donne come possono chiedere aiuto?

Ma le donne come possono chiedere aiuto? "Chi non può chiamare il numero di emergenza 112 perché impossibilitata a fare una chiamata in sicurezza, - sottolinea Franconieri - può scaricare e utilizzare la App 'YouPol' con cui è attivo un canale per chattare direttamente con l’agente in sala operativa, anche solo per un consiglio. Durante il periodo del lockdown la chat è stata usata diverse volte. Poi abbiamo i camper i in giro per la città", una iniziativa denominata 'Questo non è amore', fortemente voluta dal Questore Carmine Esposito che ha come obietto quello di favorire un diretto contatto con le potenziali vittime offrendo loro il supporto di un'èquipe multidisciplinare composta da operatori specializzati, favorire l'emersione del sommerso e quindi di tutti quei fenomeni non denunciati, e individuare comportamenti e condotte sintomatiche di violenza domestica.

Insomma uno screening utile, ma soprattutto un supporto psicologico di livello grazie anche della polizia di stato o dei Centri Antiviolenza. "Le donne non solo sole e lo testimoniamo così, andando dalla gente", spiega la dirigente della Squadra Mobile. 

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La stanza di accoglienza dell'Arma

Una possibile soluzione che hanno le donne vittime di violenze è chiamare il 1522, numero telefonico gratuito dei centri antiviolenza. Altrimenti si possono recare presso la caserma dei Carabinieri del Nucleo Investigativo, in via In Selci 88, alla caserma dei carabinieri dove da qualche tempo è stata istituita la "stanza di accoglienza", in collaborazione con l'associazione Soroptimist, dove le donne possono sentirsi a proprio agio nel delicato e momento della denuncia di violenze e abusi e nel percorso verso il rispetto e la dignità della propria persona.

"E' un ambiente protetto e dedicato che tende a un approccio meno traumatico con gli investigatori e a trasmettere una sensazione di accoglienza della persona e attenzione per le sofferenze subite. E' uno spazio allestito in modo che la donna possa sentirsi a proprio agio nel raccontare di volta in volta le emozioni negative vissute, accolta in un luogo dedicato da personale specializzato", spiegano dall'Arma che sottolinea come queste tematiche delicate vengano trattate da personale specializzato formato all'istituto superiore tenico investigativo dei carabinieri.

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In ogni caserma, dove lo spazio lo ha consentito, è stato previsto un angolo per l'accoglienza o lo svago dei bambini che accompagnano la mamma, che potrebbero essere stati oggetto di violenza diretta o assistita.

E proprio in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, da oggi saranno illuminate di arancione le caserme dell'Arma dei Carabinieri che ospitano le 150 stanze del progetto 'Una stanza tutte per sé'. 

"L'approccio alla vittima diventa centrale"

In prima linea contro questo tipo di reati c'è anche il capitano dell'Arma Francesca Lauria che lavora a stretto contatto con la Procura della Repubblica: "Da 10 anni i protocolli si sono rafforzati. L'approccio alla vittima è centrale, così come è sempre più importante il lavoro che si fa in collaborazione con i centri antiviolenza. Dal 2013 l'Arma ha inoltre organizzato una rete in scala nazionale per creare una sorta di casistica e capire, a seconda delle situazioni, come agire e cosa offrire alla vittima di violenze". 

Il capitato Lauria ha inoltre posto l'accento sul reato di revenge porn che, negli ultimi tempi, è sempre più frequente: "Questo tipo di reato è favorito dalla facilità di accesso a tutti i dispositivi che caratterizza soprattutto le fasce adolescenziali. Il revenge porn è una profonda violazione dell'intimità, frammenta la vittima. In questo caso, oltre al supporto alla donna, dobbiamo anche combattere il pregiudizio culturale della società che troppo spesso tende a giustificare chi diffonde foto o video e, purtroppo, colpevolizza le donne, accusandole quasi di essersi messe loro stesse nella condizioni di essere violate". 

7-6-10

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