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I due vigili a luci rosse da accusati a vittime: è caccia a chi ha piazzato la microspia

La procura punta a capire chi ha raccolto l'audio dei due agenti. A RomaToday il racconto del legale della vigilessa coinvolta

La microspia, l'audio montato ad arte e la segnalazione: così è nato quello che negli ultimi cinque giorni è diventato il sexy gate della polizia locale di Roma. In realtà però con il passare dei giorni gli accusati - i due presunti vigili a luci rosse - si stanno trasformando in vittime e a finire nei guai potrebbe essere presto chi questa storia pare averla costruita. Sì, perché nella commedia sexy che si è tinta di giallo emerge sempre più chiaramente la mano malandrina di qualcuno evidentemente in cattivi rapporti con i due agenti e desideroso di farla loro pagare. 

Così di fianco al procedimento disciplinare che va avanti, c'è un'indagine della Procura che sta provando a fare chiarezza sull'accaduto. Ad oggi sembra esserci un reato di intercettazione abusiva: l'audio infatti, è ormai accertato, non proviene da una radio lasciata accesa ma da una microspia posizionata tra gli effetti personali di uno dei due agenti e poi recuperata. C'è poi il contenuto che potrebbe far pensare ad un rapporto sessuale, ma non lo colloca né in un luogo preciso né in un momento particolare e per ipotizzare reati a carico degli agenti questi due passaggi sono fondamentali. Infatti solo se il presunto rapporto sessuale fosse stato consumato durante l'orario di lavoro e nell'auto di servizio si potrebbe prefigurare l'interruzione di pubblico servizio. 

La segnalazione

La storia ha inizio a fine agosto quando arriva in via della Consolazione, sede del comando generale, un plico contenente due chiavette usb. Ad accompagnarlo un foglio, una sorta di didascalia dell'audio, che racconta dei caschi bianchi coinvolti, il "misfatto", il luogo e il giorno in cui sarebbero stati commessi. Si fa riferimento a due agenti impegnati in un controllo all'ex camping River (campo rom dismesso nel 2018) che, presi dall'ardore, avrebbero consumato un rapporto sessuale a bordo di un'auto di servizio, una Tipo. Il comando decide di informare la procura e di convocare gli agenti coinvolti. 

La versione della vigilessa

Alla vigilessa viene fatto ascoltare l'audio e la stessa ricostruisce punto per punto quanto accaduto. "Nessun rapporto sessuale", riferisce a RomaToday l'avvocata della donna Simona Varriale. "La mia assistita ha risposto ad ogni domanda, circonstanziando l'intero turno di lavoro e smentendo tutte le ricostruzioni". 

Siamo a metà giugno e gli agenti vengono mandati sulla Tiberina per controllare un ex campo rom dismesso. Il Camping River. Sono in quattro, con due auto. "La mia assistita", spiega l'avvocata, "era in servizio con l'agente indicato, ma a bordo di una Panda e non di una Tipo, come riscontrabile dai rapporti di servizio. Il numero di auto indicato dal delatore si riferisce ad una Panda e non una Tipo". Si tratta di un turno di mattina e non di notte come emerso sinora. Turni di notte che la vigilessa evita di fare, laddove possibile, essendo mamma di minori. "In alcune recenti ricostruzioni stampa", aggiunge la legale Varriale, "si è parlato di  un rapporto consumato in un container. In quell'area non sono presenti container perché è stato tutto sgomberato e portato via. Ci sono solo due costruzioni in mattoni, dove i topi la fanno da padrone". All'ex River in effetti i container presenti sono stati da tempo distrutti e portati via. Dallo sgombero, nel 2018, la polizia locale è impegnata in un pattugliamento per evitare la rioccupazione dell'area. 

L'audio incriminato 

L'audio però conterebbe dei contenuti che lasciano pensare ad un rapporto sessuale e per questo sta andando avanti il procedimento disciplinare. L'avvocata Varriale a RomaToday smentisce il rapporto: "La mia assistita che ha ascoltato l'audio mi ha riferito di conversazioni equivoche in cui lei scherza con l'agente. Tra l'altro si sentono sullo sfondo anche le voci degli altri vigili presenti".  Sarebbe stato insomma impossibile isolarsi e consumare un qualsiasi tipo di rapporto.

Oltre alle voci e alle battute si sentirebbero anche dei respiri, un ansimare, apparentemente inequivocabili. Gli accertamenti puntano a capire se l'audio sia stato in tal senso manomesso. Ci sarebbe poi un montaggio fatto ad arte per far sembrare che le voci siano state captate dalla radio di servizio. In pratica - questa è l'ipotesi - chi ha posizionato la microspia, una volta recuperato l'audio l'ha mixato con un'altra intercettazione della radio di servizio, mettendo quest'ultima in sottofondo.  

Revenge porn?

Ma chi può aver fatto tutto ciò e perché? E' quanto sta provando ad accertare la Procura, ricostruendo il passato degli agenti coinvolti. I due potrebbero essere presto sentiti per capire se c'è qualcuno che aveva motivo per mettere in piedi l'intera macchinazione.  In questo caso si potrebbe prefigurare il reato di revenge porn. E non da ultimo è da capire chi, all'interno del comando, ha diffuso la notizia alla stampa, se si tratta della stessa persona che ha piazzato la microspia o di un'altra persona.

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