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VIDEO | I rifugiati: "A settembre inizia la scuola, dove andranno i nostri figli?"

 

È la prima notte dopo lo sgombero della favela di piazza Indipendenza e dopo l'intervento della polizia per disperdere i rifugiati sgomberati dal palazzo di via Curtatone. "Abbiamo dormito per strada. A Termini", racconta Almas. Suo marito è morto nel Mediterraneo, annegato insieme al suo quarto figlio durante il viaggio verso Lampedusa. Mangia seduta sul marciapiede, al termine della conferenza stampa organizzata per lanciare la manifestazione di domani e spiegare le loro ragioni. I suoi figli - Meri, Matteo e Rute - hanno otto, sei e cinque anni e giocano con le fotografie degli idranti e della polizia di ieri.

Mentre questo articolo viene scritto, i bimbi saltellano da una parte all'altra, indicano il corretto spelling dei loro nomi e chiedono (in romano) a chi scrive di vedere i video delle cariche di ieri a Termini. Fuori, persone in attesa davanti al municipio e gente che si sciacqua il volto alle fontane del quartiere. 

"Quella che è stata sgomberata, ricordiamolo, è una comunità "di rifugiati e di richiedenti asilo a cui l'Italia ha riconosciuto questo status", dice al megafono Luca Blasi, mediatore di Intersos, l'organizzazione umanitaria che curava da un anno un progetto di informazione sanitaria all'interno dello stabile di via Curtatone. La conferenza stampa, inizialmente prevista a piazza Indipendenza, viene spostata a via Montebello, davanti al Municipio di via Goito. "Una comunità che ha diritto ad essere qui e al massimo della protezione internazionale". La denuncia dell'organizzazione umanitaria è netta: "Da un lato con lo sgombero è stata ripristinata la legalità. Ma a scapito di altra legalità: quella dei diritti umani". 

Domani gli eritrei saranno i corteo con i movimenti per il diritto all'abitare. Il quadro che emerge e che raccontano qui eritrei ed etiopi parla di una notte all'aria aperta per tutti: chi al Baobab, chi a Termini, chi nelle strade intorno a piazza Indipendenza. C'è anche chi ha chiesto ospitalità a degli amici. Alle offerte del Comune, la maggior parte ha risposto di no. Per varie ragioni. "Ci volevano dividere: mamme da una parte, figli dall'altra e mariti, quando ci sono, da un'altra parte ancora", spiega una donna. Sanno di essere sotto accusa perché stanno rifiutano le socuzioni proposte nei centri di accoglienza e a Rieti. "Ma noi vivevamo qui e qui andavano a scuola i nostri figli. Perché i vostri figli possono andare a scuola e in vacanza e i nostri no?".

"Abbiamo letto che il Vaticano vuole aiutarci. Ora speriamo di sentirli presto". L'elemento territoriale è quello che viene sottolineato sia dai rifugiati che dalle associazioni, nell'ambito di un percorso di integrazione "avanzato e che non dovrebbe essere interrotto proprio perché l'accoglienza cominci a funzionare", dicono ancora da Intersos. "Vogliono dividerci e noi siamo una comunità", racconta un rifugiato. "Non vogliamo che qualcuno abbia una casa e qualcun altro resti a spasso. Vogliamo che ci sia una soluzione per tutti". Nell'aria resta una domanda: "La Sindaca dov'è?", chiede Tezeta Abraham. Oggi cittadina italiana, è arrivata dall'Eritrea negli anni '90 "e quella è stata la mia fortuna, perché era prima della Bossi-Fini, e per venire non morivamo in mare". Virginia Raggi "ieri mattina era ad Amatrice e va benissimo, ma poi? Quello che è successo ieri è successo nel centro della città che lei amministra. Perché sono sempre i più poveri a pagare?".

Anche i movimenti per la casa restituiscono le accuse di infiltrazione al mittente. "C'è un rapporto di lunga data con eritrei ed etiopi, iniziato ai tempi dell'occupazione dello stabile di via Curtatone", dice Margherita Grazioli in conferenza stampa. "Ma il punto è che questa è emergenza abitativa, non una questione di migranti e invasione. E su questo c'è una delibera non applicata". Delibera "in cui, guarda un po', si parla di via Curtatone e di via Quintavalle a Cinecittà, dove è stato attuato uno sgombero con modalità violente e analoghe a quelle di piazza Indipendenza". 

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