Usurai al mercato di Porta Portese: si fingevano ex Banda Magliana. Durante il lockdown riscossioni a domicilio

Sette le persone arrestate nell'ambito della Operazione Money Box

Operazione Money Box

Una banda di usurai allo storico mercato romano di Porta Portese. Sette persone che prestavano e riscuotevano denaro "a strozzo" con interessi annui sino al 240%. Una organizzazione no stop, che ha proseguito le riscossioni anche durante il lockdown, direttamente a domcilio. A smascherarli la polizia romana che li ha arrestati con un blitz all'alba di oggi. 

Operazione Money Box

Agli indagati, di età compresa tra i 43 ed i 65 anni, che operano nel quartiere capitolino Portuene” e sono stabilmente inseriti nel tessuto criminale romano, sono contestati i delitti di usura, estorsione, riciclaggio, autoriciclaggio, esercizio abusivo di attività finanziaria e favoreggiamento reale.

Usurai al mercato di Porta Portese 

Le indagini, che hanno portato all’operazione “money box”, hanno preso spunto da alcune denunce raccolte da vittime nella zona Portuense-Marconi-Trastevere, in cui gli indagati avevano istituito la loro base operativa all’interno del celebre mercato rionale di “Porta Portese”, dove venivano fissati appuntamenti con i clienti, concessi materialmente i prestiti di denaro ed effettuate le riscossioni. Le dichiarazioni hanno trovato riscontro grazie all’attività tecnica, realizzata attraverso intercettazioni, analisi dei video e approfondimenti bancari.

Le indagini della Squadra Mobile 

All’esito delle investigazioni, che si sono sviluppate a cavallo tra la fine del 2019 ed i primi mesi del 2020, è stato possibile ricostruire le mansioni svolte da ciascun indagato, secondo un preciso progetto illecito consistente nella sistematica concessione di prestiti di denaro ad interessi usurari a soggetti in difficoltà economiche, con l’aggiunta di eventuali “multe” che venivano comminate in caso di ritardo nei pagamenti. 

Ex Banda della Magliana ed amici dei Casamonica 

La forza intimidatrice era dettata inoltre dall’ingenerare nelle vittime la convinzione di appartenere alla famigerata “Banda della Magliana”, facendo leva sulle omonimie con alcuni dei più noti componenti della famosa banda; in altri casi sono stati millantati rapporti stretti con le organizzazioni criminali dei “Casalesi” o dei “Casamonica”. 

Gli indagati 

Tra gli indagati figura un 46enne romano con vari precedenti di polizia alle spalle, che si avvaleva della stretta collaborazione di due fratelli rispettivamente di 46 e 48 anni: i tre usavano come base logistica il box adibito alla vendita di accessori per auto, ubicato proprio nel noto mercato “Porta Portese”.

A concorrere nell’illecita attività nonché nei fatti estorsivi vi era il suocero del principale indagato,un uomo di anni 65 con a carico vari precedenti di polizia, mentre altre due persone, anch’esse romane rispettivamente di 48 e 43 anni, avevano il compito di recuperare dalle vittime le somme di denaro, frutto di usura e abusivo esercizio del credito.

I proventi venivano affidati ad un uomo 57enne con alcuni pregiudizi, cui è contestato il reato di riciclaggio in quanto, sfruttando la copertura fornita dalla propria impresa edile, si occupava di porre all’incasso gli assegni che le vittime avevano consegnato agli usurai quale garanzia per ottenere i prestiti, giustificando tali introiti quali saldi di fatture, così ostacolando l’identificazione della provenienza illegale del denaro.

Interessi annui sino al 240% 

Le modalità illecite con cui venivano concessi i prestiti sono venute alla luce mediante gli approfondimenti investigativi, attraverso cui si è accertato che gli interessi praticati superavano il 240 % su base annua. La modalità di estinzione invece si basava sul modello cosiddetto “a fermo”: infatti il debito sarebbe stato considerato estinto solo mediante il pagamento per intero della sorta capitale.

Minacce ed aggressioni fisiche 

Con tali modalità, in pratica, la vittima si trovava a restituire, nel giro di pochi mesi, addirittura circa il doppio o il triplo dei soldi ottenuti in prestito, sempre al netto delle “ristrutturazioni” del debito effettuate arbitrariamente dagli indagati man mano che non rientravano del denaro prestato nei tempi concordati. La resistenza delle vittime di usura veniva vinta mediante estorsione, perpetrata con minacce ed aggressioni fisiche.

Riscossioni durante il lockdown 

Il sistema operativo delittuoso ben collaudato, risalente nel tempo e ben articolato sul territorio della Capitale, nei quartieri Portuense e Marconi, non ha subito arresti neanche durante l’emergenza dettata dalla pandemia da Covid-19 e il vigore delle restrizioni imposte, poiché gli indagati hanno riorganizzato la propria attività riscuotendo i ratei usurai a domicilio.

Sette arresti per usura 

Stamattina il blitz con gli agenti della Squadra Mobile - Sezione “Reati contro il Patrimonio” - che, nell’ambito di una complessa attività investigativa coordinata dal pool antiusura della Procura della Repubblica di Roma, che hanno eseguito sette misure cautelari emesse dal Giudice per le Indagini Preliminari del locale Tribunale, dopo aver individuato e ricostruito le vicende criminose di soggetti che elargivano prestiti ad interessi usurari a diversi piccoli imprenditori e persone in difficoltà economiche della Capitale. I sette sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di usura, estorsione, riciclaggio, esercizio abusivo dell’attività creditizia e favoreggiamento nel quartiere Portuense.

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Le sette misure cautelari 

Con l’esecuzione dei provvedimenti, compiuta alle prime ore della mattinata odierna, sono stati sottoposti gli indagati ad altrettante misure cautelari: tre soggetti sono stati associati alla casa Circondariale di Regina Coeli, tre ristretti agli arresti domiciliari e ad uno è stato notificato l’obbligo di firma; all’esito delle perquisizioni domiciliari effettuate dal personale di Polizia impiegato, è stato possibile inoltre recuperare importante materiale probatorio, al vaglio dell’Autorità Giudiziaria.

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