Accoltellò il compagno della madre, assolta per legittima difesa: la storia di Alessia

La ragazza, all'epoca dei fatti 22enne, secondo quanto emerso dal processo rimase di vittima del patrigno. L'uomo, ubriaco, è stato a sua volta condannato per maltrattamenti in famiglia

Immagine di repertorio

Un incubo finito dopo 27 mesi. Più di due anni in cui Alessia, nome di fantasia, è passata dall'essere arrestata per tentato omicidio alla assoluzione per legittima difesa. Tempo che è servito anche agli inquirenti e ai giudici per mettere insieme i pezzi di un puzzle complicato che ha disegnato uno scenario di maltrattamenti in famiglia, fatto di minacce di morte, aggressioni e insulti a sfondo sessuale. A pagare, un uomo di 42 anni condannato a 2 anni e 3 mesi più 10 mila euro di multa.
 
I fatti. La vicenda ha una svolta il 5 luglio del 2017 quando, poco dopo la mezzanotte, i carabinieri di Ostia intervengono a seguito di una segnalazione del 118 che stava soccorrendo una persona, poi identificato per Adriano (nome di fantasia), per una ferita da arma da taglio. L'uomo era con la compagna (la mamma di Alessia) e della ragazza che, all'epoca, aveva 22 anni.

Le due donne raccontarono subito delle reiterate liti in famiglia e di come Adriano, nel tentativo di aggredire la compagna, si procurò la ferita all'addome. I militari, non credendo alla versione delle due, alla luce della gravi lesioni riportate dall'uomo arrestarono Alessia per tentato omicidio. Una richiesta accolta dal Gip che spedì la ragazza agli arresti domiciliari. Una misura cautelare durata, però, pochi giorni perché il quadro era ben diverso.

A difendere la ragazza sono gli avvocati Ivano Ragnacci e Chiara Penna che, durante le fasi processuali, hanno avuto il merito di ribaltare completamente l'impianto accusatorio aprendo, quindi, un nuovo procedimento con relative indagini.

Dal lavoro degli investigatori, infatti, è emerso un quadro più complesso. "E' stata una giornata di violenze verbali e fisiche", si legge nelle carte di cui RomaToday è in possesso. Fatti, questi, certificati anche dai militari dell'Arma di Ostia e dal giudice delle indagini preliminari.

Tutto ha inizio nel pomeriggio del 4 luglio. Adriano, ubriaco, aggredisce Alessia perché non le aveva risposto al telefono. Sembrava una lite come altre già avvenute, ma non è stata così. L'uomo ha poi preso di mira la compagna accusandola di averlo tradito.  

La situazione, con il passare delle ore, è quindi degenerata. Adriano ha minacciato mamma e figlia dicendo che le avrebbe uccise e che prima avrebbe trovato qualcuno disposto a violentare Alessia. Già in passato erano successi episodi simili ma la madre della giovane non aveva mai voluto denunciarli. Solo una settimana prima di quell'episodio, infatti, Alessia racconterà successivamente agli inquirenti di come Adriano picchiò la madre strappandole anche i vestiti di dosso.

La sera del 4 luglio la violenza si fa più cruda. Adriano picchia la compagna e ha uno scontro fisico anche con Alessia. Il patrigno, coltello in mano, prova a ferire Alessia, dopo di che colpisce la compagna in testa con un tablet. Ad un tratto la lite si interrompe perché Adriano resta ferito dal coltello.

Il lavoro di avvocati, giudici e forze dell'ordine racconterà, grazie alle minuziose indagini, l'esatto scenario: quello di una storia di maltrattamenti in famiglia. 

"Abbiamo ricostruito, attraverso un'analisi della crimino-dinamica degli eventi, il contesto di profondo disagio in cui vivevano le due donne, vittime certamente di maltrattamenti ad opera dell'uomo che, anche sotto l'effetto dell'alcol, aveva avuto un comportamento fatto di una serie di abusi attraverso manifestazioni di gelosia, possesso e controllo", spiega l'avvocato Ivano Ragnacci al nostro quotidiano. 

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"E' possibile affermare - conclude l'avvocato Chiara Penna – che la ragazza non ha mai avuto un piano atto a fare del male al compagno della madre. Si ritiene si sia piuttosto trattato di una reazione comportamentale posta in essere di fronte ad un pericolo attuale e concreto, in presenza di una chiara disparità di forze tra l'aggressore e la vittima che risponde in modo attivo per mettere in salvo se stessa e la madre". Versione, questa, condivisa dal Giudice.

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