Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca Trastevere / Via della Lungara

Carcere Regina Coeli: detenuto di 21 anni suicida in cella

Il sindacato: "Era solo in cella con sospetto caso di scabbia"

Un detenuto di 21 anni, ristretto nel carcere romano di Regina Coeli, si è tolto la vita domenica 10 settembre. Vano il pur tempestivo intervento dei poliziotti. "Il ragazzo era solo in cella, con sospetto di essere affetto da scabbia". A darne notizia il Sindacato autonomo polizia penitenziaria. Una giornata amare per le carceri laziali. Sempre domenica un altro detenuto si è tolto la vita al penitenziario di Mammagialla, a Viterbo, dove è poi scoppiata una rivolta sedata a fatica dai baschi azzurri dell'istituito penitenziario della Tuscia.

"Invito le autorità istituzionali e regionali ad attivare, da subito, un tavolo permanente regionale sulle criticità delle carceri, che vedono ogni giorno la polizia penitenziaria farsi carico di problematiche che vanno per oltre i propri compiti istituzionali, spesso abbandonata a sé stessa dal suo stesso ruolo apicale - dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Chiunque, ma soprattutto chi ha ruoli di responsabilità politica e istituzionale, dovrebbe andare in carcere a Roma Regina Coeli a vedere come lavorano i poliziotti penitenziari, orgoglio non solo del Sappe e di tutto il corpo ma dell’intera Nazione. L’ennesimo suicidio di un detenuto in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari, al di là del calo delle presenze. E si consideri che negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 25mila tentati suicidi e impedito che quasi 190mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l’Italia è certamente all’avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti".

La mozione: il carcere di Regina Coeli deve chiudere 

Capece mette sotto accusa la gestione delle carceri da parte dell’attuale Capo del DAP Giovanni Russo: “La sua gestione è fallimentare: non fa praticamente nulla, vive isolato dai “suoi” uomini e non sappiamo neppure che faccia abbia, essendo evidentemente allergico al confronto con i sindacati. Non ci incontra e non fa nulla, quando invece dovrebbe intervenire con urgenza sulla gestione dei detenuti stranieri, dei malati psichiatrici, della riorganizzazione istituti, della riforma della media sicurezza”. 

A chiedere di fermare la "strage" nelle carceri romane e laziali il capogruppo Demos in assemblea capitolina e deputato romano Paolo Ciani: "Ieri un nuovo suicidio nel carcere romano di Regina Coeli, un ragazzo italiano di 21 anni in carcere per furto. Mentre si parla di blitz e nuove norme punitive, in carcere si continua a morire e nessuno lavora per applicare il principio sancito dalla nostra Costituzione, che sottolinea: ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’.”

"Se il 70% dei detenuti è recidivo, quale è oggi il senso della detenzione? Se tanti si trovano in carcere per motivi sociali oltre che penali (è il caso del giovane che era senza dimora), nuove pene e nuove carceri non serviranno a molto. Ascoltiamo gli operatori del carcere: la polizia penitenziaria in grande difficoltà, con risorse e uomini insufficienti, che chiede maggior intervento sociale e misure alternative. I (pochi) direttori degli istituti, sempre alla ricerca di integrazione col territorio; gli educatori, che chiedono più lavoro, scuola, attività; i volontari che chiedono di incrementare le telefonate per i detenuti che hanno i propri familiari lontani. Si tratta di un percorso lungo e complesso, ma un primo passo realistico, auspicato anche dai garanti, potrebbe riguardare da subito le misure alternative per chi ha pene inferiori ai 2 anni, per garantire la possibilità di un reinserimento sociale”, conclude Ciani.
 

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