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Sabato, 13 Aprile 2024
Cronaca Trastevere / Via della Lungara

Regina Coeli: detenuto suicida in cella. Era in carcere per omicidio

Nonostante un tentativo di rianimazione per il 32enne non c'è stato nulla da fare

Stava scontando una pena di 27 anni di reclusione per omicidio il detenuto trovato morto venerdì mattina in una cella del carcere romano di Regina Coeli. Ancora un episodio drammatico in un carcere laziale. L'uomo, un 32enne italiano,  condannato per un omicidio e un incendio avvenuto nel 2017 a Rieti al seguito del quale morì un pensionato, si è tolto la vita impiccandosi alle sbarre della cella dove era detenuto da solo. Nonostante un tentativo di rianimazione per l'uomo non c'è stato nulla da fare. Lo comunica il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria. 

"Purtroppo il pur tempestivo intervento dell’agente di servizio non è servito a salvare l’uomo - spiega Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del Sappe -. L’uomo è stato trovato impiccato alle sbarre della cella al momento della conta. Gli è stato immediatamente tolto il cappio ed era ancora vivo quando sono giunti i soccorsi ma non c’è stato nulla da fare. Il detenuto, noto per le frequenti intemperanze aveva distrutto varie celle all’interno di Regina Coeli nonchè in altri Istituti ove era stato precedentemente detenuto (Rieti, Pescara ed altri). Da ultima, l’aggressione ad un sovrintendente un paio di settimane fa. Era in attesa di essere trasferito in altro Istituto".

"Come sapete, abbiamo sempre detto che la morte di un detenuto è sempre una sconfitta per lo Stato - commenta amareggiato Donato Capece, segretario generale del Sappe, che sottolinea come il pur tempestivo intervento degli agenti non ha potuto evitare che il ristretto riuscisse a togliersi la vita”.

Superare l'isolamento Covid

Duro il commento di Stefano Anastasia Giagni, garante delle persone sottoposte a misure restirittive della libertà presso Regione Lazio, che in un post su facebook scrive: "Secondo suicidio nelle carceri del Lazio dall’inizio dell’anno. Ancora una volta a Regina Coeli, di nuovo in VII sezione, sempre in isolamento. Fatti salvi tutti gli accertamenti che la Procura della Repubblica riterrà di dover disporre, quelle ricorrenze non possono non interrogare: sulle criticità dell’istituto romano, su quella sezione in particolare, sul regime di isolamento covid che ancora viene applicato ai detenuti in ingresso o in uscita dalle carceri regionali. Chiederò al Presidente Rocca di rivedere la normativa anti-covid che, a questo punto, suscita più rischi che benefici. Ma va ripensata anche l’organizzazione e la gestione di quella VII sezione in cui sono ospitati tutti gli arrestati e i detenuti a qualsiasi titolo incompatibili con altri e in cui, conseguentemente, non si riesce a garantire neanche il numero di ore d’aria tassativamente previste dalla legge. Sono stato in quella sezione martedì 28 febbraio per dei colloqui con i detenuti e mercoledì scorso per una visita generale, prima che vi fosse portato in isolamento il detenuto che oggi è stato trovato impiccato alle sbarre della finestra della sua stanza. Riferirò alla direttrice del carcere i problemi che ho riscontrato, ma posso anticipare che il regime di quella sezione va radicalmente ripensato".

Per il Sappe, "la via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. Anche la consistente presenza di detenuti con problemi psichiatrici è causa da tempo di gravi criticità per quanto attiene l’ordine e la sicurezza delle carceri del Paese. Il personale di polizia penitenziaria è stremato dai logoranti ritmi di lavoro a causa delle violente e continue aggressioni”.

L'appello al guardasigilli 

Capece sottolinea che “il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti e sconforta che le autorità politiche, penitenziarie ministeriali e regionali, pur in presenza di inquietanti eventi critici, non assumano adeguati ed urgenti provvedimenti".

Capece si appella al ministro Guardasigilli Carlo Nordio: “Chiedo al ministro della Giustizia Carlo Nordio un netto cambio di passo sulle politiche penitenziarie del Paese. E’ necessario prevedere un nuovo modello custodiale. Ne abbiamo parlato in un recente incontro con il sottosegretario alla giustizia Del Mastro, che ci è sembrato particolarmente sensibile. A lui abbiamo ribadito che tutti i giorni i poliziotti penitenziari devono fare i conti con le criticità e le problematiche che rendono sempre più difficoltoso lavorare nella prima linea delle sezioni delle detentive delle carceri, per adulti e minori. Mi riferisco alla necessità di nuove assunzioni nel corpo di polizia penitenziaria, corsi di formazione e aggiornamento professionale, nuovi strumenti di operatività come il taser, kit anti-aggressioni, guanti antitaglio, telecamere portatili, promessi da mesi dai precedenti vertici ministeriali ma di cui non c’è traccia alcuna in periferia. Confidiamo dunque che ora si vedano finalmente fatti concreti".

Criticità del sistema penitenziario

A denunciare le criticità delel carceri romane Massimo Costantino, segretario generale Fns Cisl Lazio: "Le gravi e non più sostenibili criticità del sistema penitenziario continuano ad evidenziarsi ormai quotidianamente , anche, oggi purtroppo *apprendiamo di un detenuto , italiano di 32 anni, condannato per omicidio ed incendio a seguito del quale morì un pensionato, ha deciso di porre fine alla propria esistenza impiccandosi nella sua cella del carcere di Regina Coeli, detenuto da quando apprendiamo con problemi psichiatrici". 

"Purtroppo registriamo sovraffollamento nelle carceri e le situazioni di maggiori criticità si registrano a Regina Coeli e Civitavecchia Nuovo Complesso (che presentano tassi di affollamento rispettivamente del 158% e del 154%). Accanto a questi vi sono altri quattro Istituti: Cassino, Latina, Rebibbia (R. Cinotti), e Viterbo che presentano tassi effettivi di affollamento superiori a 130%".

La problematica più grande - conclude Costantino - che si registra è la presenza negli istituti di detenuti psichiatrici, alcuni di essi sono in attesa di essere inviati per essere curati nelle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, in acronimo REMS. Tali detenuti “ internati” non devono e non possono stare in carcere ma curati nelle REMS, perché necessitano di cure che certamente in carcere non sono garantite e, tantomeno, custoditi dalla polizia penitenziaria, poiché non si ha competenza su tali tipi di utenza - Il problema delle REMS non riguarda l'Amministrazione Penitenziaria e tantomeno il personale dato che le competenze sono esclusivamente delle ASL . Occorre intervenire e modificare la legge sulle REMS perchè, cosi come scritta, a rischiare sono solo il personale di Polizia Penitenziaria e i dirigenti , occorrono interventi urgenti per le carceri non solo paliativi". 

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