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L'Operazione Torri Gemelle ha portato all'arresto di 29 persone

L'Operazione Torri Gemelle ha portato all'arresto di 29 persone

Così Benny Capoccione aveva trasformato Due Leoni in Gomorra

Messaggi in codice, nascondigli, reddito di cittadinanza. Così i pusher gestivano la vendita della cocaina nella piazza di via San Biagio Platani

Il sistema era oliato e ramificato, tanto che per riuscire a stanare la banda di Benny Capoccione gli investigatori hanno compiuto due anni di indagini mediante l'utilizzo di videosorveglianza h24 e sistemi informativi avanzati. Nulla era lasciato al caso dalla holding criminale, dall'arrivo allo stoccaggio della 'merce' in una sala scommesse della zona, passando per la ripartizione della sostanza stupefacente tra persone incensurate che facevano la cosiddetta 'retta' per 700 euro a settimana. Poi il confezionamento delle dosi di cocaina negli appartamenti posti tra i civici 322 e 338 del caseggiato popolare dei Due Leoni. Da qui la distribuzione dei 'pezzi' da 0,2, 0,3, 0,5 e 0,7 grammi ai pusher (ognuno dei quali 'protetto' da due vedette) a cui faceva seguito il business documentato con dei veri e propri turni: nei giorni feriali dalle 10:00 del mattino alle 4:00 della notte, con allungamento dell'orario di lavoro nel weekend sino alle 7:00 del mattino successivo. 

DUE LEONI COME GOMORRA - Una via trasformata in una 'piazza' di spaccio non lontana dalla finzione televisiva andata in onda sul piccolo schermo con la serie di Gomorra. A trasformare via San Biagio Platani in una vera e propria Scampia un giovane "boss", un romano di soli 24 anni, già a capo della holding criminale, secondo l'informativa dei carabinieri, dal 2010, ovvero dall'età di appena 18 anni. Un sistema con al vertice "Benny Capoccione", sotto di lui uomini di fiducia, luogotenenti, magazzinieri, contabili, pusher, vedette, sentinelle e semplici osservatori. Trentaquattro persone, come documentato al termine dell'Operazione Torri Gemelle, con 29 di loro finite agli arresti (27 in carcere e due agli arresti domiciliari) ed altro quattro raggiunte da un'ordinanza di divieto di dimora nel Comune di Roma.

I NASCONDIGLI - A mettere un punto all'attività di spaccio della banda del "Nano", come veniva inoltre chiamato il vertice dell'organizzazione, i carabinieri della Compagnia di Frascati. Più di due anni di indagini confluiti in oltre 400 pagine di informative fatte di videoregistrazioni, intercettazioni telefoniche ed ambientali, arresti e testimonianze. Nulla era lasciato al caso, come gli 'appizzi' della cocaina da vendere.

COCAINA SOTTO TERRA - Nascondigli che cambiavano di volta in volta e che sfruttavano la conformazione urbanistica del 'serpentone' composto da oltre 700 appartamenti che percorre via di San Biagio Platani. Le dosi di cocaina erano nascoste ovunuque, nei tunnel di accesso ai portoni delle palazzine popolari, nei locali abbandonati posti al pian terreno degli stabili, nei pacchetti di fazzoletti, nei caschi nascosti nelle intercapedini delle cantine ma anche sottoterra, indicate dalla presenza di alcuni tappi di plastica seminterratti sotto ai quali, a seconda del colore, i clienti andavano a prendere le varie grammature dei 'pezzi' dopo aver pagato lo spacciatore che gli indicava poi sotto a quale aiuola o vaso andare a scavare. 

DUE LEONI COME GOMORRA: VIDEO 1

DUE LEONI COME GOMORRA: VIDEO 2 

MESSAGGI IN CODICE - Nel sistema erano fondamentali le comunicazioni. Consapevoli di poter essere intercettati era lo stesso Benny Capoccione ad arrabbiarsi con i suoi in caso di messaggi o telefonate in arrivo alla propria utenza telefonica. "A cogli..., te stai zitto, pe telefono me chiami". Per questo gli ordini, i carichi e l'indicazione dell'arrivo delle 'guardie' avvenivano mediante l'utilizzo dei walkie talkie, meno intercettabili dagli investigatori. Oltre a questo anche messaggi in codice con la merce che veniva indicata con diversi nomi: "Passo a pijame er caffè", "Me serve una camicia", "Andiamo a vedere la partita di pallone". Telefonate e messaggi in codice decriptati nelle oltre 400 pagine di ordinanza che hanno permesso ai carabinieri di ricostruire i ruoli di tutti e 33 gli indagati e di tutte le altre persone che guadagnavano con il sistema. 

LEGAMI FAMILIARI - Ad indicare di come la piazza di spaccio del 'Capoccione' coinvolgesse decine di persone i legami familiari documentati dall'Operazione Torri Gemelli. Nella banda del "boss", egli stesso residente a casa della madre della compagna nella stessa via San Biagio Platani, coppie di fratelli, fidanzate ma anche figli, attratti dai guadagni facili e molte volte instradati alla "strada" dagli stessi genitori. Un aspetto inquietante, con l'organizzazione criminale che svolgeva la sua attività davanti a decine di bambini e bambine che giocavano nei cortili delle palazzine popolari di via San Biagio Platani, quasi a voler dare un'immagine di tranquillità di tutta la zona interessata dallo spaccio. Un aspetto evidenziato ai carabinieri dal racconto della moglie di uno degli arrestati, fortemente preoccupata che il figlio fosse stato indotto dallo stesso padre a svolgere l'attività di spaccio nella medesima organizzazione. 

INDENNITA' E TUTELA LEGALE - Una organizzazione che rappresentava lo spaccato di una microsocietà dove era garantito uno "stipendio sicuro" a tutti i sodali con una sorta di "reddito di cittadinanza", che dava loro, in caso di arresto, l’erogazione di una vera e propria “indennità” e la tutela legale, differenziata a seconda che si trattasse di custodia cautelare in carcere o di arresti domiciliari con accollo anche delle spese legali. L’arresto dello spacciatore costituiva per altro un momento significativo di compattamento dell’associazione sia per la ricerca di un difensore, sia per la sostituzione dello spacciatore stesso, sia per l’esigenza di mantenimento economico.

CARRIERA CRIMINALE - Il sistema garantiva poi una crescita di livello e di grado, con le giovani vedette destinate in quasi tutti i casi a crescere nella gerarchi della banda, da 'palo' a pusher, sino ad arrivare a gradi più alti quali contabilità e luogotenenti. Una carriera che i più giovani del gruppo provavano a fare anche con violente dimostrazioni di forza. Come nel caso del pestaggio di una guardia giurata con problemi di dipendenza dalla cocaina, costretta a cedere le sue pistole di ordinanza per saldare un "buffo" di oltre 500 euro concessogli dal 'Capoccione' e impossibilitato a saldare.

IL PESTAGGIO -  Oltre a ciò il vigilantes fu vittima di un violento pestaggio messo in atto nei suoi confronti da due giovani sodali di 24 e 20 anni che, secondo l'informativa degli investigatori, picchiarono violentemente la guardia giurata aggredendolo. Poi il pestaggio, mediante l'utilizzo dei caschi da moto sino a far perdere i sensi al debitore, poi lasciato svenuto e in una pozza di sangue davanti al portone della palazzina dove abitava. "Condotta illecita" che, secondo l'ordinanza dei carabinieri, sarebbe derivata dal fatto che "trattandosi di giovani con un ruolo meno di spicco all'interno dell'associazione" sia scaturita dalla loro voglia di mettersi in mostra per "ottenere una certa credibilità agli occhi del capo e degli altri associati".

LE ARMI - Una credibilità che doveva essere dimostrata costantemente anche dal capo, a riprova della sua significativa caratura criminale non solo del limitato contesto della zona dei Due Leoni, ma anche con i "circuiti criminali di ben più consistente pericolosità". Un fatto dimostrato da un arresto fatto allo stesso 24enne nel gennaio del 2014, quando il 'Nano' venne trovato in possesso di tre pistole. A differenza della serie televisiva di Gomorra, dove i morti si contano a decine, la banda dei Due Leoni non è mai dovuta ricorrere all'uso delle armi, con i sodali arrivati comunque ad accumulare ben 105 capi di imputazione.

L'INDUSTRIA DUE LEONI - Dunque una vera e propria industria con i suoi fatturati ed i suoi profitti che, parafrasando il mondo del lavoro, aveva i suoi direttori, vice direttori, capi area e capi settore fino all'ultima scala gerarchica. Un'organizzazione molto simile a quella napoletana, difficilmente contrastabile dai mezzi e dalle leggi a disposizione dello Stato. Proprio per questo nel caso dell'Operazione Torri Gemelle le indagini mirano a dimostrare come sia impossibile far conciliare l'assegnazione di una casa popolare a soggetti che, a differenza di quanto dichiarano sulla carta, non hanno problemi di liquidità. 

CASE POPOLARI - Una ipotesi che gli investigatori proveranno a far diventare un "precedente", al fine di poter disporre di misure concrete atte a scongiurare il ripetere degli stessi reati da parte di soggetti che escono ed entrano dal carcere senza mai pensare ad abbandonare la remunerativa carriera. Come si legge nell'ordinanza: "si ritiene opportuno che il Pm", appena gli atti procedurali lo permetteranno "provveda alle opportune specifiche comunicazioni e segnalazioni all'Ater di Roma al fine di valutare l'esistenza o la persistenza dei requisiti in capo agli indagati attualmente occupanti le case popolari di via San Biagio Platani,  risultando consistenti guadagni derivanti dall'attività illecita". 

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