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Cronaca

Alberone: usura ed estorsioni col metodo mafioso, sequestrati beni per 1 milione di euro

Il provvedimento a carico di tre fratelli di origine calabrese arrestati nel marzo del 2021

Facevano prestiti usurai ed estorsioni, tutte aggravate dal "metodo mafioso". Era il marzo del 2021 quando la polizia arrestò cinque persone legate alla famiglia Piromalli di Gioia Tauro (Reggio Calabria) che faceva affari nella zona di San Giovanni al termine dell'operazione denominata Alberone, che prendeva il nome della piazza dove l'organizzazione operava all'Appio Latino. 

A distanza di un anno e mezzo dagli arresti questa mattina gli investigatori della questura di Roma hanno eseguito un provvedimento di sequestro di beni, finalizzato alla confisca, nei confronti di tre fratelli di origine calabrese, i Piromalli appunto, stanziatisi nella Capitale ed attualmente detenuti, che si sono evidenziati per i loro stretti contatti con diversi ambienti malavitosi, anche di matrice mafiosa. 

Già condannati con sentenze irrevocabili per attività criminali legate al traffico di stupefacenti ed altri gravi reati, a marzo dello scorso anno sono stati tratti in arresto, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare, nell’ambito della operazione denominata "Alberone", condotta dalla squadra mobile della questura di Roma e coordinata dalla locale procura della repubblica, per aver costituito un sodalizio, operante nel quartiere dell'Appio Latino, dedito ai delitti di usura ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, con conseguenti estorsioni nei confronti delle vittime, contro le quali - in caso di inadempienza -  venivano organizzate vere e proprie spedizioni punitive. Inoltre, gli stessi, avvalendosi di prestanome, avevano escogitato un sistema di truffe ai danni di istituti di credito e società finanziarie, allo scopo di finanziare la loro illecita attività usuraria.

Il modus operandi prevedeva la concessione a svariate vittime, quasi tutte piccoli imprenditori della zona, di somme di denaro da restituire ad interessi che oscillavano tra il 60% ed il 240% su base annua; in occasione dei mancati pagamenti o dei ritardi – per i quali venivano prospettati dei "rimproveri" - il denaro veniva riscosso dopo minacce e violente estorsioni, in molte circostanze ricorrendo al contributo di un uomo che veniva utilizzato dalla famiglia come "braccio armato" al loro servizio. 

Dalle indagini di carattere patrimoniale, condotte dagli specialisti della divisione polizia anticrimine, che hanno abbracciato l’arco temporale di circa un trentennio, è emerso nei confronti di tutti i e tre i fratelli un netto quadro indiziario di elevata ed attuale pericolosità sociale, correlata ad una marcata sproporzione tra i beni, nella loro diretta o indiretta disponibilità, il tenore di vita condotto e i redditi dichiarati al fisco.

Accogliendo la proposta del questore di Roma, il tribunale di Roma ha quindi disposto il sequestro di un compendio patrimoniale del valore di circa 1 milione di euro, comprendente cinque unità immobiliari ubicate a Roma Nord, il 50% delle partecipazioni sociali di due società di capitali operanti nel settore del commercio di autovetture, formalmente intestate a terzi interposti e una somma di denaro in contanti ammontante a circa 100 mila euro, oltre a disponibilità finanziarie presenti sui rapporti creditizi.

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