'Ndrangheta a Roma: sequestri per 200 milioni alla cosca Alvaro

I beni confiscati alla famiglia Alvaro sono riconducibili a Vincenzo Alvaro e Damiano Villari, esponenti si spicco della cosca che è egemone a Cosoleto e ha importanti ramificazioni a Roma

Un nuovo duro colpo è stato inflitto oggi alle ramificazioni della 'Ndrangheta che hanno raggiunto la capitale. Beni per 200 milioni di euro, tra cui il 'Cafe' de Paris' e il ristorante 'George's' di Roma, sono stati confiscati alla cosca Alvaro di Sinopoli. Il tribunale di Reggio Calabria, sezione misure di prevenzione, su richiesta del Procuratore Antimafia, Giuseppe Pignatone, ha disposto la confisca di 15 tra imprese e ditte individuali operanti principalmente nel settore dei servizi della ristorazione.

Oltre ai due locali romani sono stati confiscati quattro immobili di pregio, tre autovetture di lusso, oltre a rapporti bancari, postali, assicurativi e denaro contante. La Procura e la Guardia di Finanza, nell'arco degli ultimi 24 mesi, hanno sviluppato specifiche indagini tecniche, investigazioni finanziarie e bancarie, nonché informazioni tratte da segnalazioni di operazioni sospette, provenienti dagli intermediari finanziari.

I beni confiscati alla famiglia Alvaro sono riconducibili a Vincenzo Alvaro, di 47 anni, e Damiano Villari, esponenti si spicco della cosca che è egemone a Cosoleto (Reggio Calabria) e ha importanti ramificazioni a Roma. Nei due anni intercorsi dal sequestro la Procura di Reggio Calabria ha affidato ai finanzieri del Gico di Reggio Calabria e dello Scico di Roma numerose deleghe d'indagine mirate a rafforzare il quadro probatorio disegnato nel luglio del 2009 ai finanzieri del Gico di Reggio Calabria e dello Scico di Roma.

La Procura ed i finanzieri hanno attuato indagini tecniche, investigazioni finanziarie e bancarie e acquisito informazioni su segnalazioni di operazioni sospette provenienti dagli intermediari finanziari. Vincenzo Alvaro, esponente di spicco della cosca omonima, denominata "Testazzi" o "Cudalonga", si è rivelato la mente "operativa" dell'omonima cosca nella capitale, sin da quando, nel 2001, trasferitosi a Roma per scontare la sorveglianza speciale, si fece assumere come "aiuto cuoco", investendo somme di provenienza illecita nell'acquisto di numerosi esercizi commerciali, operativi nel settore della ristorazione. A questo proposito il Tribunale ha evidenziato l'esistenza di "un vero e proprio sistema occulto di accaparramento e gestione di attività economiche nella città di Roma" riconducibile proprio allo stesso Alvaro e di Damiano Villari, che dopo essere stato inizialmente solo prestanome degli Alvaro con il passare del tempo ha assunto un ruolo di maggiore rilievo nell'ambito delle strategie economiche della cosca. Villari, giunto a Roma da un piccolo comune dell'Aspromonte dove faceva il barbiere, ha creato un patrimonio pur essendo privo di qualsiasi ricchezza o mezzo di sostentamento. Vincenzo Alvaro, inoltre, attraverso la moglie, risulta strettamente legato al ramo di Sinopoli della famiglia anch'esso in forte difficoltà dopo la morte del capostipite Domenico Alvaro Domenico e l'arresto, ad opera della polizia di Reggio Calabria, avvenuto proprio in questi giorni, di Cosimo Alvaro, di 47 anni. (Fonte Ansa)

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