San Lorenzo 1943 - 2013: 70 anni dopo parlano i reduci

Durante la cerimonia di commemorazione alcuni reduci hanno raccontato i terribili attimi dell'operazione Spaghetti e Polpettine

19 luglio 1943 - 19 luglio 2013. Sono trascorsi settant'anni dal primo bombardamento degli Alleati su Roma. Una ferita di cui la Capitale porta cicatrici indelebili e che tocca soprattutto il quartiere di San Lorenzo, epicentro della strage. Per le strade, si trovano ancora tracce di quel giorno, ma il ricordo più vivo è nelle testimonianze di uomini e donne che possono ricordare. Oggi in Piazza Parco dei Caduti del 19 luglio 1943, la cerimonia di commemorazione. Romatoday ha raccolto le storie dei sopravvissuti.

"BOBOBOM BOBOBOM" - “Mi è rimasto dentro quel rombo spaventoso: bobobom bobobom”. E' il ricordi di una signora incontrata sulla strada verso il Parco dei Caduti del 19 luglio 1943. E' stata lei a iniziare a parlare: “Diciassette minuti per uccidere migliaia di persone”, commenta sentendo parlare di settantesimo anniversario da quel bombardamento che sconvolse la Capitale e San Lorenzo. “Io avevo quattordici anni, ero con il mio fratellino di otto anni più piccolo - racconta, - le squadriglie aeree venivano dal mare, abbiamo visto il fumo, sentito il rombo. Allora ho iniziato a correre con mio fratello sulle spalle”. Ci parla ancora visibilmente scossa: “Questa era tutta area infetta,” ci spiega indicandoci la zona intorno a piazzale Tiburtino. “Un pianto. C'erano macerie ovunque, la Basilica era crollata, e quella buon'anima di padre Zanatta andava in giro a togliere le bombe”, prosegue il suo racconto. Con il dito ci indica i luoghi bombardati quel giorno e ci dice di andare a guardare, perché “non ogni cosa è stata ricostruita. La Basilica ha ricevuto subito i finanziamenti per essere riedificata, ma ci sono luoghi che ancora testimoniano le ferite di San Lorenzo”.

DI CORSA, A PIEDI NUDI, TRA LE MACERIE - “Ogni anno, il 19 luglio rivivo quel giorno”. La signora Adriana ha scritto un libro sul bombardamento di San Lorenzo. Una pubblicazione a uso familiare, per figli e nipoti: “Volevo sapessero cos'è la guerra. Perché ci sono Paesi che stanno vivendo in questo momento il dramma di una città messa a ferro e fuoco, e io so cosa significa”. Ore indelebili che Adriana ricostruisce nel dettaglio minuto per minuto. “Non ero a San Lorenzo quando è suonato l'allarme. Ero all'anagrafe perché mio marito era appena morto - inizia a raccontare, - avevo quasi diciotto anni”. Quell'allarme avrebbe dovuto segnalare l'inizio dei bombardamenti, ma quando scattò le bombe erano già state lanciate su San Lorenzo. Vicino al Consiglio, c'era un rifugio dove Adriana riuscì a ripararsi, soccorsa dagli uomini dell'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). “All'inizio non si sapeva che l'epicentro dei bombardamenti fosse San Lorenzo. Io abitavo lì. Non appena l'ho saputo ho iniziato a correre per cercare mia madre”. Ore interminabili, quelle di Adriana, di corsa e senza scarpe: “Avevo degli zoccoletti. Uno lo persi per strada. Andavo troppo lenta quindi gettai via anche l'altro e proseguii scalza, correndo tra le macerie”. Una corsa contro il tempo. Prima a casa, l'edificio distrutto, della madre nulla. Poi al Policlinico, dove per poter entrare si finse ferita, ma anche lì nessuna traccia della donna. Infine un autobus, che normalmente non percorreva quella tratta, ma che l'accompagnò al San Giacomo, dove finalmente trovò la madre, ferita al volto e ad una spalla. “Mia sorella morì durante quel bombardamento. Era irriconoscibile, fu identificata da un medaglione con la foto di nostro padre”. Adriana continua a raccontare del tram bruciato, dei morti per le strade, dei feriti per terra al Policlinico, del rimmel che le tingeva di nero le guance. Poi si ferma: “Non posso più continuare”.

"OPERAZIONE SPAGHETTI E POLPETTINE" - Bare scoperchiate. Morti da poco e morti da secoli assemblati in uno scenario devastante. Ce lo racconta un'altra testimone della tragedia di San Lorenzo. “Gli Americani la chiamarono “Operazione Spaghetti e Polpettine”, dicevano che era più pratico per identificarci. Questa era la considerazione che avevano di noi Italiani”. Ne fecero anche un francobollo, poi messo fuori circolazione: ritraeva una bomba rossa. “Qui a San Lorenzo non c'è una famiglia senza un morto, - ci dice allontanandosi, - sono ferite che non si rimargineranno mai”.

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"UNICO SOPRAVVISSUTO DI TRENTA BAMBINI" - Un uomo chiede di essere intervistato: "Voglio raccontare anch'io - ci dice, - Questo bombardamento è stato fatto per demoralizzare la popolazione civile. E gli Americani ci sono riusciti: dopo cinque giorni è caduto il governo fascista". Cinquecento caccia, duemilacinquecento superfortezze volanti. “Sono l'unico sopravvissuto di trenta bambini. Avevo undici anni”. Non furono solo le bombe a uccidere, “la maggior parte dei morti fu mitragliata. Sparavano ad altezza bambino”. Oggi ha 81 anni e vorrebbe che si ricordassero le cose così come sono andate realmente: “Ci furono almeno 30mila morti. Mussolini li ridimensionò a 6mila-7mila. Gli Americani li ridussero ancora a 4mila. E ogni anno il numero si abbassa. Così faranno morire la memoria”.

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