Operazione Jackpot, così il "Re di Roma Nord" guadagnava più di un casinò imponendo le sue slot

Il gruppo dell'ex della Banda della Magliana gestiva un giro d'usura e uno di estorsioni, sempre collegate al gioco

Operazione Jackpot (foto Arma dei Carabinieri)

Dal toto nero degli anni '80 ai giochi online del nuovo millennio. In mezzo 40 anni di carriera criminale che hanno attraversato la Capitale come un vero e proprio Romanzo Criminale portando Salvatore Nicitra ad essere riconosciuto dalle organizzazioni criminali, romane e non, come "Capo dei capi". Un business "pulito", senza rischi come per la "droga", come riferiva lo stesso Re di Primavalle ai tempi della Banda della Magliana, in alcune intercettazioni. 

Ad indicare le somme di denaro che "l'Ingegnere", come conosciuto negli ambienti criminali romani, riusciva a guadagnare lo stesso Salvatore Nicitra: "Io avevo le case da gioco più importanti di Roma e di Italia. Con i soldi che guadagnavo neanche il casinò li guadagnava. Avevo le case da gioco con ville e con i camerieri coi guanti bianchi, con i vestiti neri: guadagnavo 100 mila euro a notte. Ora è finito tutto, ho quasi 60 anni... ma cosa vuoi fare... certo sono rispettato e dove vado mi rispettano tutti, le porte si aprono e tutto quanto però non vado cercando niente più", affermava il Re di Roma Nord in una intercettazione riportata nell'ordinanza che ha sgominato la sua banda, con 37 arresti di suo sodali accusati a vario titolo di di gestire le sale slot di Roma Nord e di aver commesso altri reati, tra cui usura e riciclaggio, con l'aggravante del metodo mafioso.

"Io sono un boss, e metto le macchinette e slot machine dove voglio. Su tutta Roma, non solo a Roma Nord", le parole di Salvatore Nicitra in alcune intercettazioni, ed ancora: "Non ho più bisogno di spacciare droga e non ho bisogno di azioni violente perché sono rispettato da tutti"

Dal gioco d'azzardo, al toto nero, dalle scommesse clandestine all’usura, alle estorsioni, circondati da un’aura d’impunità, sino al business "pulito" delle "macchinette" (come vengono chiamate gergalmente negli ambienti criminali le slot machine ed i videopoker), sino a creare un proprio business attraverso i giochi d'azzardo online, questi alcuni degli affari che Salvatore Nicitra aveva fatto suoi nel corso di 40 anni di carriera criminale. 

Ma come funzionava il business delle slot machine? Semplice, il sistema adottatto dai sodali di Nicitra consisteva nell'affiancare al gioco legale (quello autorizzato dai Monopoli di Stato) altre attività del tutto illegali. Una vera e propria imposizione, che veniva attuata mediante il "metodo mafioso".

In tale ambito Nicitra ed i suoi uomini avevano deciso di puntare forte anche sui cosiddetti "Totem", ovvero un sistema che permetteva ai "clienti-giocatori, tramite connessione telematica, di giocare d'azzardo". In parole povere, come si evince ancora nell'ordinanza, una "modalità di gioco camuffata da offerte promozionali legate ai servizi online di ricariche telefoniche, pagamenti, bolli ed altro sulle piattaforme disposte dai bookmakers esteri e si svolge in assenza di concessione", quindi "fuori dal circuito organizzato dall'AMMS (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ndr)". In parole povere guadagni esentasse attraverso un sistema di giochi online creato ad arte con la distribuzione ai giocatori di tablet con una unica App con la quale scommettere, vincere e soprattutto portare denaro netto a Nicitra ed ai suoi sodali. 

Salvatore Nicitra, "rivela" inoltre "la sua strategia per eludere il fisco italiano, creando dei 'sottobanco', ovvero canali di gioco paralleli non ufficiali che si collegano a siti internet stranieri, al fine di continuare con le giocate in nero". Si legge ancora nell'ordinanza.

In sintesi, per ottenere il numero di sale desiderato, Nicitra approfitta del fatto che i principali attori nello specifico settore del gioco d'azzardo, in passato, sono stati suoi collaboratori: "...Capito qual è la forza mia .... sono abbinato con tutti i rappresentanti dei siti più importanti che ci sono in Italia eh! e questi rappresentanti hanno lavorato tutti con me con i virtuali..." e comunque, si sottolinea nell'ordinanza, può fare leva sulla forza di intimidazione e sul conseguente assoggettamento che ne deriva verso tutti.

La banda di Nicitrà poi provvedeva a reinvestire il denaro guadagnato attraverso dei prestanome o fiduciari, in società e beni immobili, oggeto di sequestro da parte della magistratuira con un tesoretto di circa 15 milioni di Euro. 

Il riciclaggio dei proventi finiva poi all'estero, come ad Hong Kong ed a Dubai. Come emerge ancora dall'ordinanza, "l'operazione di transazione finanziaria illecita che ha dato luogo alla configurazione dei reati di riciclaggio ed autoriciclaggio in esame" è stata, secondo quanto rileva il Gip, resa possibile dalla "fattiva complicità" di un "imprenditore colluso", tra gli indagati, "che attraverso proprie società anche estere, ha trasferito il denaro dall'Italia verso Paesi extracomunitari (Hong Kong o Dubai) per poi farlo pervenire in Slovenia" dove operano altri due indagati "con società correlate agli ambienti dei casinò sloveni, intestate ai medesimi e/o prestanome".

Dunque un vero e proprio boss, che ha attraversato 4 decenni della Roma criminale. Un prestigio che gli è costsato la contestazione dell'aggravante mafiosa (art. 416 CPP), contestata nel corso dell'Operazione Jackpot conclusa da Carabinieri e DDA ai 37 "soldati" del Re di Roma Nord. 
 

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