Da Castel Romano a via Salviati, il racconto dei rom fuggiti da una "guerra"

Uno scontro etnico violento tra bosniaci e serbi. Da qui gli incendi nel maxi campo di Castel Romano e e il trasferimento in via Salviati. Parla il portavoce della famiglie in fuga

All'inizio la Pontina sembrava il paradiso. Acqua, luce, corrente, casette per tutti con tanto di chiavi e verbali di consegna. Ma è bastato poco per scivolare nell'inferno. Sassaiuole notturne, saccheggi e incendi. Una guerra etnica all'ultimo container, due campi di bosniaci contro uno di serbi finito tra due fuochi. Dal maxi villaggio attrezzato di Castel Romano sono una trentina le famiglie scappate dagli attacchi e tornate a popolare via Salviati, a ridosso dell'ex campo La Martora a Tor Sapienza, sgomberato nel 2010. E l'area dove si sono accampati è ben lontana dal paradiso.

LA FUGA - "Qui ci sentiamo sicuri" ci dicono. Sicuri ma senza servizi, senza mura nè tetto, in tende di fortuna o camper scassati. Non c'è acqua, non ci sono bagni, bambini piccolissimi scorrazzano nudi tra i rifiuti accatasti dentro il campo e sulla via. Materassi ovunque, docce tirate su con assi di legno trovate sul posto, lampadine a energia solare comprate a 70 centesimi al supermercato, per fare luce la sera. "A Castel Romano eravamo contenti, avevamo tutto, ma la convivenza con i bosniaci non era più possibile. Negli ultimi mesi era come una guerra civile". Parliamo con Dragan, il portavoce delle famiglie di serbi in fuga. Vittime, a loro dire, di un violento scontro razziale terminato con una trentina di container ridotti in cenere e la sicurezza dell'intero campo compromessa.  

"Fuggiti per proteggere i nostri bambini"

"Restiamo qui, la gente del posto ci vuole bene"

LA 'GUERRA' - L'uomo, sulla sessantina, mette le mani avanti: "Non ho mai avuto rimborsi per fare il portavoce di queste persone, mi sono sempre rifiutato, non ho preso neanche un centesimo. Ho firmato per lo spostamento a Castel Romano, ma non posso farci niente se lì la situazione si era fatta insopportabile". Ce la descrive. "Quando abbiamo lasciato La Martora ci hanno messo in mezzo a due campi che c'erano già da 7 anni, entrambi di bosniaci. Abbiamo occupato di fatto un corridoio che era di passaggio, e pian piano siamo diventati oggetto di una serie di soprusi che ogni giorno si sono fatti sempre più pesanti".  

Tutto è cominciato dai bambini. Tra un gioco e l'altro, uno scherzo di troppo ha scatenato il delirio. I primi sassi, i primi agguati erano aizzati dai più piccoli. Ma nessun adulto li fermava, anzi. In diversi cavalcavano l'onda e finivano per incendiare baracche costate 30 mila euro. "Noi non abbiamo mai reagito realmente - racconta Dragan -  perché loro erano molti di più, noi 50, loro 500. Non potevamo che scappare". E la fuga sarebbe stata l'ultima spiaggia. 

Il portavoce ci mostra le carte e ci racconta che già nel 2012 aveva richiesto uno spostamento (QUI IL DOCUMENTO) all'allora sindaco Alemanno e all'ex vice Belviso. Anche all'interno dello stesso campo andava bene, bastava non stare tra i due fuochi bosniaci. nessuna risposta. "Abbiamo provato a restare ma non era più possibile. Ci hanno portato all'esasperazione". E ora? 

INTEGRAZIONE - "Dopo tutto quello che abbiamo passato chiediamo che qualcuno intervenga per garantirci una sistemazione". Dove, in via Salviati? "Sì a noi andrebbe bene, qui siamo stati per anni, ci siamo sempre integrati. I bambini andavano qui a scuola, le maestre ci conoscono, tutti i residenti ci conoscono e ci accettano". Già, qualche giorno fa però le strade si sono riempite di abitanti della zona che sfilavano in corteo per scongiurare l'arrivo di altri rom. "E' stata solo una voce che è girata dei 4 mila rom, noi giuriamo che non arriverà nessun altro oltre noi. Questi siamo e questi rimaniamo, il resto è tutto falso". 

IL CAMPO NOMADI

"RESTIAMO IN VIA SALVIATI" - Resterebbero volentieri dove sono, hanno diversi parenti lì in via Salviati in un campo che è tollerato da decenni, conoscono il quartiere e sarebbe come tornare 'a casa'. A Tor Sapienza o no, su un un punto non sembra esserci alcuna possibilità di mediazione, Dragan lo dici e lo ridice, con l'eco in sottofondo di fratelli, cugini, nipoti e via dicendo: "A Castel Romano non ci torniamo". Neanche se si riuscisse a garantire condizioni di sicurezza. "Non ci crediamo, è impossibile qualunque dialogo dopo quello che è successo". 

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A dir la verità, nel caos di incendi e fughe, c'è chi ha pensato che ogni pretesto fosse buono per lasciare  un campo poco amato perché infinitamente lontano da ogni tipo di servizio. Che insomma da Castel Romano tentativi di scappare non sarebbero comunque mancati. Lo facciamo notare al portavoce, che prima seda il brusio di sottofondo - "zitti, la domanda l'hanno fatta a me"- e poi ci corregge. "Lì stavamo bene, andavamo a fare la spesa una volta a settimana, riuscivamo a fare provviste che duravano giorni, tenevamo tutto in frigo perché avevamo la corrente e spendavamo meno. Non ci siamo mai lamentati". 

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