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Ilaria Cucchi (immagine di repertorio)

Ilaria Cucchi (immagine di repertorio)

Processo depistaggi morte Cucchi, la sorella Ilaria: “Insulti e minacce tutti i giorni, nostra situazione patrimoniale devastante”

Otto i militari imputati: “La mia battaglia anche nell’interesse dei carabinieri”

"Subisco attacchi in quantità industriale, continuo a ricevere insulti e minacce social. Ho spesso temuto per l'incolumità mia e della mia famiglia". Così Ilaria Cucchi sentita nel processo sui presunti depistaggi seguiti alla morte del fratello, che vede imputati otto carabinieri. "Passo buona parte del mio tempo in commissariato o alla polizia postale per presentare denunce contro chi mi attacca. Tra le accuse più assurde che mi vengono rivolte - ha aggiunto - è che mi sono arricchita con la morte di mio fratello". I soldi del risarcimento da oltre un milione di euro "sono serviti a vivere, a rimediare ai danni lavorativi e alle spese processuali di questi undici anni. La nostra situazione patrimoniale è devastante. Purtroppo undici anni sono tanti. Quei soldi - ha spiegato - sono serviti ad andare avanti e non e' rimasto più niente".

Stefano morto da solo tra dolori atroci 

"Non perdonerò mai che mio fratello Stefano sia morto tra dolori atroci, da solo, solo come un cane, pensando che la sua famiglia, che sempre c'era stata, lo avesse abbandonato". Ha raccontato ancora Ilaria Cucchi, che ha ricostruito la vita di Stefano prima dell'arresto e la battaglia successiva per cercare la verità sulla morte, ha mostrato in aula la foto del volto del cadavere del fratello. "Il suo viso dopo la morte era qualcosa di agghiacciante, mi colpì l'espressione - ha ricordato - che raccontava la solitudine, il dolore, l'umiliazione. "Io e Stefano eravamo legatissimi, era la persona che più amavo al mondo", ha detto. "La decisione di fare scattare e rendere pubblica quella foto fu difficile: dovetti discutere con i miei genitori, mia madre diceva 'Stefano non avrebbe mai voluto mostrarsi così” e io le risposi 'Stefano non sarebbe mai voluto morire cosi'. Capii che dovevamo dimostrare che Stefano stava bene prima dell'arresto e il giorno del funerale decidemmo di fare scattare quelle foto. Se non lo avessimo fatto - ha sottolineato - non saremmo a questo punto".

Primo processo fu un incubo

"Il primo processo fu un incubo, un processo a mio fratello, un processo ad un morto. A ogni udienza mi dicevo 'Stefano mio a cosa ti stanno sottoponendo'". Ha raccontato ancora Ilaria Cucchi nell’Aula Bunker di Rebibbia. "Si parlava di tutto fuorché del motivo per cui eravamo lì: della vita di Stefano, della sua magrezza, di che fine aveva fatto la cagnetta, dei rapporti nella nostra famiglia", ha proseguito.  "A un certo punto - ha ricordato riferendosi a un consulente medico legale - ho sentito parlare anche di frattura da bara, come se mio fratello se la fosse fatta da morto. La sentenza di primo grado stabilì che la morte di Stefano era da attribuire a una colpa medica. Amici e parenti degli assolti insultarono e umiliarono la mia famiglia mostrando anche il dito medio".  

"Io non ho mai voluto un colpevole a tutti i costi, ho sempre cercato la verità”, ha detto  Ilaria Cucchi ripercorrendo l'iter giudiziario sulla morte del fratello. La sorella di Stefano ha poi letto in aula una mail ricevuta da un avvocato che, dopo aver visto le foto del fratello, aveva ricordato di averlo incontrato mentre veniva portato all'udienza di convalida. L'avvocato racconta di aver visto Stefano mentre era casualmente davanti all'aula 17 "aveva il viso gonfio, un'aria provata e difficoltà a camminare, non sollevava del tutto i piedi da terra. Era in uno stato di palese difficoltà”.

Ilaria, nel corso della sua deposizione, ha  letto anche il testo della lettera che suo fratello scrisse a Francesco, un operatore della comunità di recupero poche ore prima di morire: "Sono giù di morale, volevo sapere se potevi fare qualcosa per me, ps per favore almeno rispondimi, a presto".  "Il Ceis ce la fece avere nel febbraio del 2010, quella lettera - ha detto Ilaria Cucchi-  era la prova che Stefano non voleva morire, la calligrafia racconta la sua sofferenza, doveva stare male per scrivere in quel modo".

Battaglia anche nell’interesse dei carabinieri 

"Non sono assolutamente contro i Carabinieri, le forze dell'ordine o le istituzioni. Anzi credo che la mia battaglia è stata anche nell'interesse della parte buona, la stragrande maggioranza, delle forze dell'ordine. Non c’è nessuna guerra tra la famiglia Cucchi e l'Arma dei Carabinieri". Così nell'aula bunker di Rebibbia, Ilaria Cucchi, sentita nel processo sui presunti depistaggi seguiti alla morte del fratello, che vede imputati otto carabinieri.

L’assistente capo della polizia penitenziaria

Il aula è stato ascoltato anche l'assistente capo della Polizia Penitenziaria Nicola Minichini, uno dei tre agenti inizialmente imputati nel primo processo Cucchi: ”Era una rete dalle maglie molto strette. E noi eravamo i pesciolini che non potevano sfuggire. Io sono un servitore dello Stato". Il poliziotto ha raccontato il suo calvario giudiziario, iniziato quando su di lui piombarono le accuse per il pestaggio di Stefano Cucchi, e concluso con una definitiva assoluzione nel 2015. "Io sono stato tradito da un altro settore dello Stato. Da qualcuno che ha falsificato documenti. Io una cosa del genere me la posso aspettare da un delinquente, da un detenuto, non da qualcuno che porta la divisa come me. Io devo ringraziare il Dottor Musarò, il pubblico ministero, che una volta mi disse: 'lei e' un galantuomo'".

Traditi da alti servitori dello Stato 

"Non so come ne siamo usciti, eravamo imputati in un processo farsa”, ha aggiunto Minichini parte civile del procedimento che ha ricordato il vero e proprio incubo vissuto per anni, quando lui e i suoi colleghi della penitenziaria sono finiti sotto processo. "Io sono stato tradito da altri servitori dello Stato - ha detto in aula - che hanno falsificato documenti, uomini che portano la divisa anche se di un altro colore ma che lavorano per lo Stato come me. Una cosa impensabile. Io e i miei colleghi eravamo i pesci piccoli in una vicenda così grande, c'era una rete ben architettata. Per l'opinione pubblica eravamo dei mostri. Io sapevo di non aver fatto niente, eppure ero continuamente assediato dai giornalisti". 
 

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