Cronaca Cinecittà / Via Vincenzo Lamaro

Almaviva Contact: 632 lavoratori in cassa integrazione, sit in di protesta

Cassa integrazione per 632 dipendenti del call center ex Atesia in protesta davanti alla sede della società: "Delocalizzano per gli incentivi". La replica: "Scarsa produttività"

“Ci  vogliono mettere in cassa integrazione per assumere al Sud con gli incentivi statali. Tutto a spese della collettività. Se non è ingiustizia questa”.  Per i lavoratori dell’Almaviva Contact la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Il 28 agosto la società di call center ex Atesia ha infatti avviato le procedure di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) per tutti i 632 dipendenti della sede di Via Lamaro a Roma. Un anno di limbo poi per tutti scatterà la fine del rapporto di lavoro.

Un licenziamento tanto più amaro perché, sostengono gli impiegati: "Le loro commesse non sono state perse ma dirottate altrove, ad esempio nella nuova sede di Rende dove l’ex Atesia avrebbe già siglato un accordo con i sindacati per l’assunzione di 250 persone". Per protestare contro quella che ritengono una delocalizzazione in piena regola (sia pur giocata all’interno della penisola) i 632 impiegati hanno tenuto, in mattinata, un presidio davanti alla sede del Municipio X, a piazza Cinecittà. Poi tutti in corteo verso il palazzone di via Lamaro, in quella che una volta era la sede principale dell’azienda.



Tante le sigle sindacali presenti (Cobas, Cgil, Ugl, Uil Comunicazione), tanti gli striscioni e gli sfottò rabbiosi all’indirizzo dei dirigenti. Ma soprattutto gli ex dipendenti hanno chiesto a gran voce un confronto con i vertici della società.
“Quello che contestiamo – mi spiega Daniele, afferente ai Cobas – è che l’azienda non ha perso commesse; il servizio TIM 119 che stiamo gestendo noi d’ora in poi verrà svolto a Rende grazie a 250 nuovi assunti, mentre commesse come Mediaset ed Eni in altre sedi”.

La domanda è perché oggi qualche azienda scelga il Sud come luogo dove delocalizzare. “Anzitutto per avere diritto ai fondi regionali e agli sgravi fiscali previsti dalla normativa nazionale. E poi perché l’accordo che hanno firmato a Rende con le confederazioni sindacali gli conviene per tre motivi: si tratta di contratti di secondo livello, dunque meno onerosi, mentre il nostro è di terzo o quarto. In secondo luogo il periodo di prova, prima che scatti l’articolo 18, è più lungo. Infine prevede il controllo a distanza individuale dei lavoratori”, (la possibilità di registrare per ogni operatore il numero dei contatti, i tempi di conversazione, le pause, la produzione, ndr).

Ma dietro la chiusura della sede romana (non l’unica della Capitale) potrebbe nascondersi anche un altro motivo. “Roma – mi dice un impiegato del sindacato Cgil -  è stata la prima sede a dare il via alla stabilizzazione dei contratti dei call center in tutta Italia: vogliono togliere dalle scatole la sede che dà più fastidio”.  
E tuttavia più che appigliarsi a dietrologie più o meno condivisibili i dipendenti dell’ex Atesia puntano su questione più concrete, come la disparità di trattamento tra centro-nord e sud che favorisce la fuga del lavoro, almeno in questo sporadico caso, in meridione: “Qui scaricano tutto sull’Inps, e nel sud usufruiscono degli incentivi. Ma si tratta comunque di soldi della collettività”, aggiunge Daniele.

I dipendenti di via Lamaro comunque non hanno alcuna intenzione di gettare la spugna, specie dopo la manifestazione di stamattina. “Forse nel fine settimana ci sarà un incontro alla Regione, come previsto dalla procedura di cassa integrazione. E già lì faremo sciopero per l’intero turno e organizzeremo un altro presidio. Ma non ci fermiamo di certo, per il nostro lavoro abbiamo intenzione di lottare”.

Intanto però è arrivata anche la replica della società. La decisione del gruppo Almaviva, che ha annunciato la procedura di cassa integrazione straordinaria per 632 operatori del sito di via Lamaro a Roma, non si deve al costo del personale, ma principalmente agli "standard produttivi e qualitativi" che secondo l'azienda sarebbero "inferiori rispetto a quelli di altre sedi italiane". Lo afferma in una nota lo stesso gruppo Almaviva. Nella nota di Almaviva si ribadisce ancora una volta che "il costo del personale impegnato nella sede romana, rispetto a quello eventualmente conseguibile in altre unità produttive, non è la causa principale dell'insoddisfacente andamento economico del sito di via Lamaro".

Inoltre, "al fine di evitare false strumentalizzazioni e consentire a tutti la piena comprensione delle ragioni che hanno portato alle ultime decisioni, i competenti organi aziendali hanno già deliberato che eventuali benefici, sia a livello nazionale sia a livello regionale, che dovessero derivare dal trasferimento delle attività in rassegna saranno rifiutati o integralmente devoluti ai lavoratori più meritevoli di Almaviva Contact, quale premio individuale di merito, al termine di ogni anno. Il costo del lavoro, in altri termini, sarà un fattore assolutamente neutro, nell'ambito dell'operazione di cui si discute".
 

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