Da Milano a Palermo, in piazza contro la delocalizzazione dei call center

Si sono dati appuntamento in Piazza della Repubblica per manifestare contro lo spostamento delle commesse in Paesi Esteri dove il costo di lavoro è molto più basso

“Siamo tanti, siamo 80 mila e siamo stanchi di non avere voce”. Queste le parole di un operatore di un call center di Catania, ma che potrebbero rappresentare l'intera categoria che questa mattina ha deciso di scendere in piazza a manifestare per chiedere il rilancio del settore. 

In piazza della Repubblica si sono dati appuntamento gli operatori dei call center di tutta Italia, da Milano a Palermo, passando per Roma, Livorno e la Campania. Uniti sotto la stessa bandiera di un'unica battaglia: impedire la delocalizzazione delle loro aziende, che sempre più spesso spostano le  commesse all'estero dove il lavoro costa meno. Un lavoro che solo dieci anni fa poteva essere considerato per giovanissimi, ma che oggi dà lavoro a 35-40 enni, spesso sposati con famiglia alle spalle, e che da lavoretto post universitario per loro è diventato l'unico sostentamento per poter vivere. 

MILANO – Anche a Milano, capitale italiana dell'economia, i problemi del settore sono tanti e giorno dopo giorno le aziende chiudono e le commesse sono delocalizzate in altri Paesi, dove i dipendenti sono pagati anche la metà. Nonostante una delibera Europea sempre più operatori milanesi perdono il posto di lavoro. “Noi – dichiara una RSU Iger - abbiamo problemi di delocalizzazione in Serbia a Belgrado e al Sud a Lamezia Terme, mentre a Milano siamo in contratto di solidarietà. L'Unione Europea ha già fatto una delibera sui contratti nazionali di lavoro in quanto ad oggi gli appalti, sia pubblici che privati, vanno sempre a ribasso.  Si parla anche di 0,45 euro al minuto. Questa cifra non compre nemmeno il costo del contratto nazionale che mediamente, per un'ora di lavoro, si attesta intorno ai 24 euro. Le aziende ancora non sono chiuse, ma c'è gente mandata fuori con sei mesi di buona uscita”.

PALERMO – Da nord a sud i problemi non cambiano, ma anzi peggiorano. Il più alto tasso di disoccupazione si trova nel meridione ed è per questo che numerosi giovani, nonostante la loro qualificata preparazione universitaria, si trovano a dover lavorare nei call center. Molte aziende, delle due isole, hanno già spostato numerose commesse in paesi dell'Est Europa, come la 4uServizi di Palermo. “Il problema – spiega un RSU dell'azienda - è che abbiamo la commessa ma questa si abbassa di prezzo. Piano piano questa cifra però si abbassa così tanto che deve essere delocalizzata in Paesi come la Romania, la Tunisia o l'Albania. Questo mese, per fare un esempio,  una commessa di una ventina di operatori, che per noi sono tantissimi, passerà in Romania. Già noi lavoriamo con un contratto di solidarietà da più di un anno ed abbiamo già numerosi esuberi”. Avere quindi un servizio delocalizzato con 20 persone vuol dire per l'azienda aggravare i problemi già esistenti, che in definitiva si traduce in rischio di mobilità. Quello che chiedono le realtà siciliane è di non sottovalutare il problema visto che molte famiglie vivono di questo lavoro, anche se a part time. “Non bisogna poi svalutare – conclude - un'economia locale come la nostra di 400 dipendenti. Perchè svalutare per noi vuol dire chiudere completamente”. 

LIVORNO – Non mancano nemmeno proteste dal centro Italia in cui lo sciopero locale è stato appoggiato dalla quasi totalità dei dipendenti. Un gruppo di rappresentanza di 50 operatori della People Care di Livorno chiede che vengano fissati dei costi di lavoro unici per impedire che le commesse siano delocalizzate in Paesi esteri. “Noi – racconta una dipendente dell'azienda - lavoriamo per People care da 8 anni. Prima eravamo due aziende, una di Torino, la Voice Care, e noi di Livorno, che dipendevano direttamente da Contacta. La sede di Torino che contava 200 dipendenti pochi giorni fa ha chiuso e ora noi troviamo a gestire tutto il traffico di lavoro con 200 operatori in meno”. I dipendenti di questa azienda dopo una circolare Damiani sono stati assunti con un contratto, seppur part time, a tempo indeterminato. Questo per l'azienda si traduce in costi in più come anzianità o indennizzi che devono essere pagati e che si aggiungono così al salario. “Quando ci riuniamo– continua – dall'azienda ci viene detto che è quasi impossibile per noi trovare nuove commesse perchè essendo personale a tempo indeterminato abbiamo dei costi maggiori. Ma non è giusto che un lavoro che noi svolgiamo con professionalità per 21 euro l'ora in Italia, si decida di localizzarlo nell'Est Europa perchè i dipendenti ne costano 3 di euro l'ora. Così facendo si perde anche in qualità del servizio”. 

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