Lunedì, 25 Ottobre 2021
Cronaca Esquilino / Piazza della Repubblica

Il popolo dei call center invade Roma a caccia di un futuro

Centinaia di lavoratori si sono riuniti stamattina in piazza della Repubblica e hanno sfilato per la città. Chiedono interventi contro delocalizzazioni e gare a ribasso

Sono un popolo di 80mila persone. Offrono servizi di assistenza clienti per conto di grandi aziende. Sono il popolo dei call center. Stamattina però in migliaia, provenienti da tutta Italia, non erano davanti alle loro scrivanie. Nè rispondevano ai telefoni. Erano invece in corteo in Piazza della Repubblica e per le strade di Roma.

LE GARANZIE PER IL FUTURO - Chiedevano e chiedono garanzie per il loro futuro. Qualcuno pensa ancora a quello del call center come a un lavoro temporaneo, ma per molti questa attività è diventata quella della vita. Spesso con un contratto a tempo indeterminato, altre volte determinato. Ma la questione non è questa. Almeno per oggi. Il problema è invece che le condizioni di lavoro nei call center italiani si fa sempre più precaria.

I PROBLEMI - E i motivi sono essenzialmente tre. Il primo è quello della delocalizzazione del lavoro. Le aziende cioè 'trasportano' letteralmente la loro attività all'estero in modo tale che i costi di gestione e gli stipendi da pagare scendano sensibilmente. Poi c'è la questione della esternelizzazione. Gli enti pubblici e le grandi società, con il passare del tempo, hanno infatti deciso di non gestire le attività di Customer Care 'in house'. Hanno invece cominciato ad affidarle a terzi e, anche in questo caso, il risultato è stata la diminuzione dei costi.

Per 'accaparrarsi' il lavoro, i cosiddetti call center hanno spinto e spingono ancora sempre più a ribasso  le commesse. E con commesse minime l'azienda di turno non riesce a coprire i costi del servizio. Alla fine della catena perciò, a risentirne sono la qualità dell'operato e gli stipendi dei lavoratori. "Guadagno 600 euro. Sono separato e ho una casa sulle spalle. La spesa me la deve fare mia madre che ha 85 anni. Altrimenti non ce la faccio", ci ha raccontato un lavoratore di Almaviva Conctat Roma.

LO SPETTRO DELLE DELOCALIZZAZIONI - Il rischio  comunque è sempre dietro l'angolo anche per quelle società che ancora hanno 'resistito' alle delocalizzazioni. "Per ora non ci possiamo lamentare. Le nostre sedi sono in Italia. Anche perchè il nostro Presidente è contrario alla delocalizzazione", ci ha raccontato l'RSU di Call&Call La Spezia, "ma se le gare a ribasso continuano senza sosta anche la nostra azienda sarà costretta a ridurre i costi e spostarsi magari fuori".

LE VOCI DELLA PIAZZA

LE RICHIESTE - Così stamattina i lavoratori erano tanti, le aziende e le città di provenienza diverse, i sindacati differenti. Ma le richieste compatte. Si punta infatti a bloccare le delocalizzazioni delle aziende e a regolamentare in maniera chiara le gare a ribasso. "Serve l'intervento dello Stato e una legge seria", ha commentato un dipendente di Almaviva di via di Casal Boccone. E lo ha seguito a ruota Antonio Desicato del direttivo di UILCOM Campania: "Ci vogliono regole che stabiliscano un costo minimo per garantire la qualità".

INTERNALIZZAZIONE - E poi si mira alla re-internalizzazione dei servizi all'interno delle case madri. Una richiesta portata avanti con forza in particolare dai Cobas, presenti oggi in piazza. "I call center lavorano per Comuni, Regioni, grandi imprese", ha commentato Alessandro Pullara di Cobas. "Milioni di euro vengono dati ai consigli di amministrazione e di questi pochi arrivano nelle tasche di dipendenti. Le case madri devono riprendersi e gestire direttamente i servizi per garantire qualità a lavoratori e utenti".

Solo questo secondo l'esponente dei Cobas può ridare qualità e dignità a contratti e a lavoro. E non invece, o non solo, la richiesta di blocco delle delocalizzazioni. Nè di nuovi finanziamenti pubblici. "Richiesta, quest'ultima, che ha portato tra l'altro i dirigenti delle aziende di call center ad appoggiare lo sciopero dei dipendenti. E questo non è molto normale", ha concluso Pullara.

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