Cronaca Collatino / Via Salviati

I rom di via Salviati scrivono al sindaco: "Non vogliamo più vivere nei campi"

Per scongiurare l'atteso sgombero, annunciato con un'ordinanza del 12 agosto, i rom di via Salviati fuggiti da Castel Romano scrivono al primo cittadino

Uscire dai "ghetti", integrarsi, essere inclusi davvero nella società. E' quanto chiesto dai rom di via Salviati con una lettera inviata al sindaco Marino. In attesa che si smuova qualcosa sul fronte sgombero, i nomadi che hanno occupato l'area di Tor Sapienza vicino al vecchio villaggio di La Martora tentano il tutto per tutto. 

VIA DA CASTEL ROMANO - Non vogliono tornare nel maxi campo di Castel Romano, da dove sono fuggiti a luglio in seguito a violenti scontri avuti con il gruppo di bosniaci. Scontri etnici finiti con incendi e saccheggi dei container. In via Salviati hanno occupato l'area accanto a un campo già esistente, il Salviati 1, scatenando le proteste di alcuni residenti già esasperati dal degrado presente nell'area

L'ORDINANZA - In seguito a un’ordinanza del sindaco, il 12 agosto scorso le forze dell’ordine avrebbero dovuto sgomberare l’insediamento di via Salviati. Sgombero che però, vista la resistenza pacifica dei rom, è stato sospeso e rimandato di alcuni giorni.

ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO - Ad appoggiare le istanze degli occupanti, l'Associazione 21 Luglio. "L’appello rappresenta la possibilità, per Roma, di mettere in atto quelle nuove politiche di integrazione previste dalla 'Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti', adottata dall’Italia nel 2012". 

"La politica dei “campi”, alimentata dalla passata Amministrazione con il Piano Nomadi, non ha prodotto che segregazione abitativa e concentrazione su base etnica. È il momento che anche a Roma, come già avviene in altre città italiane, ai rom vengano offerte soluzioni diverse da quelle dei “campi”.

E ancora: "Passare dalla ghettizzazione all’inclusione sociale: è questa la grande occasione che Roma ha davanti a sé per dimostrarsi Capitale europea attenta ai diritti umani e ai bisogni delle categorie più svantaggiate" conclude l'Associazione.

VIDEO: LA STORIA DELLA FUGA

LA LETTERA - "Caro sindaco, siamo e ci sentiamo cittadini di questa città, dove viviamo da trent’anni - si legge in uno dei passaggi chiave della lettera, che porta la firma di Sandor Dragan Trajlovic, portavoce della comunità -. Siamo orgogliosi di essere cittadini italiani e cittadini d’Europa. Siamo cittadini rom che credono nell’inclusione e che sognano di poter avere piena cittadinanza in questa bella città. Per questo le chiediamo di ascoltare il nostro desiderio di essere cittadini come gli altri, senza discriminazione e senza ghettizzazione". 
 
"Vivere nel campo ci fa sentire come all’interno di un ghetto, riservato a 1300 rom - scrive al sindaco la comunità -. Si, il campo di Castel Romano è effettivamente un ghetto, isolato dalla città, insicuro, recintato, chiuso, dove non esiste alcuna possibilità di inclusione sociale. Abbiamo paura per noi e per i nostri figli, perché vivere a Castel Romano significa vivere nella sofferenza e rinunciare al futuro. Dopo trent’anni non ce la facciamo più a vivere nei ghetti. Costringerci a farlo rappresenta per noi un atto di discriminazione".

E infine: "La mia comunità è disponibile a rimboccarsi le maniche e ad assumersi delle responsabilità per intraprendere un percorso che non ci porti più a vivere nei campi e nel degrado, per essere inclusi, per integrare i nostri figli, per avere un futuro migliore. Ci chiamano nomadi ma non è quello che siamo e ci sentiamo".
 
 

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