LETTERA - "Carceri, trasparenza questa sconosciuta"

La lettera della figlia di un detenuto: "Mio padre ricoverato ed io l'ho saputo 11 giorni dopo"

Sono Susanna la figlia di un detenuto nel carcere di Rebibbia. Mio padre è ricoverato dal 4 aprile nell'ospedale penitenziario del Pertini: del suo ricovero però ne sono venuta a conoscenza esattamente 11 giorni dopo. Più volte in questo periodo ho chiamato in carcere per capire perché il mio papà non mi faceva le videochiamate, ma nessuno mi ha dato risposte. 

Undici giorni dopo la telefonata di una dottoressa che mi dice che mio padre ha una forte polmonite e febbre, con delle macchie anomale al polmone. La telefonata era finalizzata non tanto ad avvisarmi, ma a sapere perché mio padre fosse già era in cura con dei medicinali molto importanti per la sua vita. Informazioni queste legate alla necessità di fare delle biopsie al polmone. Mi chiedo: se non avessero  voluto sapere delle sue terapie in atto mi avrebbero comunque avvertito? 

Purtroppo nelle carceri nascondono a volte anche l'evidenza. Ieri, 16 aprile, hanno permesso a mio padre di fare la videochiamata dall'ospedale. Ho chiesto a mio padre perchè non ha potuto chiamare mi ha risposto che anche il giorno di Pasqua ha chiesto di chiamare ma non gli è stato concesso. Mio padre è un uomo con mille errori alle spalle ma è un uomo di 64 anni operato da poco al femore e proprio pochi mesi fa l'entrata del carcere ha avuto un'ischemia all'occhio. 

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Mi chiedo di continuo: starà bene starà male avrà contratto altro purtroppo io questo non lo so. Si parla di contagi da covid19 nelle carceri però la trasparenza come al solito non c'è. Per mio padre come per le tante altre persone detenute come lui cerchiamo di evitare che muoiano in carcere e di trovare misure alternative per scontare la detenzione. 

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