"Io, Roberto riparo le slot che mi hanno distrutto la vita"

La testimonianza di Roberto, un tecnico manutentore diventato schiavo delle stesse slot machine che ripara per lavoro

La storia di Roberto è veramente particolare: si tratta di un “addetto ai lavori” finito nella morsa del gioco d’azzardo. Per mestiere, infatti, Roberto ripara slot machines (anche adesso che è in terapia). Le slot lo stavano rapidamente portando a rovinarsi. Il gruppo del CeIS è stato la sua salvezza.

Roberto, in che momento ti sei reso conto di avere un problema legato al gioco?
"Ho capito di avere un problema quando i soldi che avevo addosso non mi bastavano e ho incominciato a prelevare i risparmi depositati sul conto. Inutile dire che li sperperavo tutti. In quel momento ha cominciato a farsi strada in me l’ipotesi di avere un problema. Il gioco era diventato una dipendenza. Però non l'ho detto a nessuno. Poi andando avanti ho incominciato a chiedere soldi in prestito, fino quando mi sono ritrovato in preda all’ansia e alla depressione. Non ce l’ho più fatta e sono stato costretto a chiedere aiuto".

Hai capito da solo che avevi bisogno di rivolgerti a una comunità per smettere di giocare?
"Beh, avevo perso il sorriso, ero depresso non potevo continuare a stare così. Mia moglie è stata decisiva nel farmi capire che avevo bisogno di curarmi. Però devo dire che non c’è stato bisogno che mi portassero in terapia con la forza. Io stesso ho cercato da solo una comunità e ho trovato il CeIS. Avevo voglia di uscirne, chiudere con il gioco".

Quali benefici hai tratto da quando frequenti la comunità?
"Adesso è un anno e due mesi che sono in terapia. Il centro mi ha dato un grande supporto. Condividere le proprie esperienze con altre persone che hanno il tuo stesso problema è fondamentale, così come lo sono i consigli degli operatori. Tutto questo però non basta. Dev'esserci una presa di coscienza a livello personale. La comunità ti aiuta, ma se dentro di te non c'è la voglia di cambiare è tutto inutile. Ho visto tanta gente che veniva qui e c'è ricascata. Ci vuole tanta forza di volontà, se riesci a tirarla fuori allora puoi farcela".

Quali sono i campanelli d'allarme per capire che si è dipendenti dal gioco?
"Cose piuttosto comuni a tutti i giocatori. Bugie, prelievi sempre più frequenti dal conto corrente bancario, soldi chiesti in prestito, debiti. Sono andato avanti così per parecchio tempo. Ero entrato in un circolo vizioso. Con il lavoro che faccio è veramente facile cadere in tentazione: sono un tecnico, ma spesso uscivo dal magazzino per fare interventi di manutenzione nelle sale. Lì vedevo gli altri giocatori e avevo la possibilità di giocare. Ho persino gestito una sala per tre mesi. Per esigenza continuo ancora a fare questo lavoro, nonostante tutto. Ma non nascondo che se trovassi un'altra opportunità, non esiterei a cambiare occupazione. Stare lì mi crea nervosismo, posso resistere ma non mi sento tranquillo".

I tuoi datori di lavoro conoscono il tuo problema?
"Sì, ne sono a conoscenza e ho avuto il loro sostegno, sanno che frequento questo gruppo. Adesso sono tornato a lavorare in magazzino quindi non ho più contatto con le sale. Le uniche slot che vedo sono spente, oppure quelle che riparo".

Le probabilità di ricascarci sono tante?
"Conosco diverse persone che hanno scelto di interrompere la terapia. Credo che la ragione principale sia quella di non avere accanto persone che ti supportino abbastanza. L'affetto dei cari, la sensazione di non essere solo sono determinanti. Ringrazio infinitamente di aver avuto accanto mia moglie e la mia famiglia. Ho chiesto aiuto e l'ho trovato nei miei cari e nella comunità. Chi ha abbandonato la terapia è stato lasciato solo. Inizialmente ho dato tutti i miei averi a mia moglie, era lei a gestire il mio denaro. Mi dava solo pochi euro al giorno per impedire che me li giocassi. Quando ho iniziato a fare progressi, il mio budget ha cominciato ad aumentare. Se ti manca questo tipo di supporto non c'è verso di andare avanti".

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Cosa vuoi dire a chi è schiavo del gioco e come te intende guarire?
"La prima cosa che mi sento di dire è che il gioco è a tutti gli effetti una malattia, un qualcosa che finisce per divorarti. Prima si riconosce di avere un problema più alte sono le probabilità di salvarsi. Bisogna cercare di resistere a tutta la pubblicità che c'è in giro, se ti accorgi di avere degli impulsi incontrollabili, devi parlarne immediatamente con qualcuno. E' necessario aprirsi e ammettere di avere un problema. Senza vergogna. Questo è senz'altro il primo passo, poi sta davvero tutto a te e alla tua voglia di guarire".
 

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