Cronaca

Colleferro: non solo Italcementi, ecco tutti i veleni della Valle del Sacco

Cent'anni di attività delle industrie chimiche e belliche hanno inquinato pesantemente il territorio

La notizia del sequestro dell’impianto Italcementi di Colleferro, è solo l’ultimo atto di una lunga storia fatta di veleni e inquinamento. Per gli abitanti della Valle del Sacco non è la prima volta. È scritto nella storia del territorio. A Colleferro è nata prima l’industria, l’azienda chimica Bpd che si insediò nel 1912. Poi vennero le case degli operai trasferitisi per lavorare. Solo nel 1935 Colleferro diventa comune autonomo. Le industrie chimiche come la Snia, la Caffaro, quelle belliche, come Avio, specializzata nel settore militare e aerospaziale e in seguito, alla fine degli anni novanta, anche i rifiuti, hanno sempre segnato la vita dei cittadini
di questo comune a cinquanta chilometri da Roma. Cent’anni di attività industriale che, carte alla mano, hanno irrimediabilmente compromesso la salute dei cittadini e l’ambiente.

TUTTI I VELENI DI COLLEFERRO – «Non so se ci basta una chiacchierata». Alberto Valleriani, presidente di Retuvasa, la Rete per la tutela della Valle del Sacco, scherza quando RomaToday gli chiede di descrivere tutte le fonti di inquinamento cui sono sottoposti tutti i giorni. Partiamo dalla fine. Da quell’enorme impianto grigio che sorge a ridosso del tessuto cittadino: l’Italcementi. «Già in occasione del rilascio dell’ultima autorizzazione all’impianto, avvenuto alla fine del giugno scorso, avevamo richiesto la pubblicazione dei dati di emissione continui. Ma questo ancora non è avvenuto» racconta. «Poi c’è la discarica, l’inceneritore, la bonifica
ancora da terminare, la Avio, la Turbogas, di cui non abbiamo ancora i dati per capire quale sia l’impatto sull’ambiente». E basta guardare la cartina dei lavori di bonifica per capire quante attività impattanti sono attive sul territorio: la più estesa è la Se. Co. Svim, poi c’è la Avio nel settore aerospaziale, le ex cave di Pozzolana, l’inceneritore, l’Italcementi, la Alstom, che ripara le carrozze dei treni, le aziende chimiche Caffaro Chetoni e Caffaro Benzoino, l’industria
bellica Simmel, la Kss, azienda che produce airbag per automobili che «sta delocalizzando altrove».

LA VALLE DEI VELENI – All’inizio degli anni ’90 vengono ritrovati dei fusti tossici contenenti i resti delle lavorazioni delle aziende chimiche sotterrati nell’area industriale di Colleferro. Ma bisogna aspettare quasi dieci anni prima che sia lanciato l’allarme. Nel 2005, il ritrovamento di un potente pesticida, il Beta-esaclorocicloesano, nel latte prodotto dagli allevamenti che  sorgono lungo il fiume Sacco, fa scattare l’emergenza ambientale. I limiti sono superiori di trenta volte a quanto previsto per legge. A maggio dello stesso anno in una decina di comuni, viene dichiarato lo stato di emergenza ambientale. La zona interessata è estesissima. Chiuse le attività agricole e i pascoli che sorgono entro cento metri dagli argini del Sacco, per una lunghezza totale di ottanta chilometri di fiume. La Procura di Velletri apre un’indagine che porta nel 2007 a iscrivere quattro persone nel registro degli indagati. Mentre la popolazione venne sottoposta a un’indagine  epidemiologica. I risultati raccontano di gente contaminata in maniera cronica dal pericoloso pesticida, con situazioni che peggiorano più ci si avvicina al fiume. Si legge nello studio: «L’area di Colleferro, Segni, Gavignano presenta nel suo complesso un quadro di mortalità e morbosità peggiore nel Lazio».

L’INDUSTRIA BELLICA – Delle possibili responsabilità dell’industria bellica di Colleferro sull’ambiente circostante ne parla il giornalista Gianluca Di Feo nel suo libro Veleni di Stato (Ed Bur Rizzoli, 2010) che descrive come a Colleferro, a partire dagli anni trenta, venivano prodotte armi “speciali” in grado di trasportare gas tossici letali «nel completo disprezzo delle convenzioni internazionali».

ARRIVANO I RIFIUTI – Alla fine degli anni ’90 arrivano anche i rifiuti. Prima la discarica di Colle Fagiolara, a ridosso dell’area protetta del Monumento naturale della Selva di Paliano, che nel maggio del 2009 è stata autorizzata a ricevere un altro milione e mezzo di tonnellate di rifiuti. Lì a fianco è in programma la realizzazione di un nuovo impianto di Trattamento meccanico biologico da 125 tonnellate all’anno. Tra il 2002 e il 2003 vengono realizzati invece le due linee di incenerimento gestite dalla società Gaiagest Srl i cui camini svettano nel centro del paese e proiettano la loro ombra su un asilo. Anche la storia dell’inceneritore è scandita
da veleni e illeciti. Nel marzo del 2009 viene sequestrato su richiesta della Procura di Velletri. Il sospetto è che nei forni dell’impianto ci finisse di tutto e che i sistemi di rilevazione delle emissioni fossero stati modificati per evitare di registrare eventuali sforamenti.

LO STUDIO EPIDEMIOLOGICO – Il 31 luglio 2012 termina lo studio epidemiologico Eras (Epidemiologica rifiuti ambiente salute nel Lazio) elaborato dal Diparimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale in collaborazione con l’Arpa Lazio, l’Agenzia regionale di protezione ambientale. Il rapporto analizza lo stato di salute della popolazione del Lazio che vive nei pressi di discariche, inceneritori e impianti di lavorazione dei rifiuti. Ecco quanto scritto nelle conclusioni per le aree di Colleferro: «l’esposizione all’inquinamento atmosferico di background causa nella popolazione esposta un incremento delle ospedalizzazioni per disturbi respiratori. La frequenza di ricoveri per cause respiratorie (soprattutto nei bambini) è aumentata in seguito all’attivazione dei termovalorizzatori». Lo studio ricorda come «a tal

proposito, anche un’indagine nazionale sui disturbi respiratori nell’infanzia aveva rilevato un’elevata prevalenza di asma bronchiale tra i bambini residenti a  Colleferro». Un esito già previsto. I cittadini di Retuvasa, la Rete per la tutela della Valle del Sacco ricordano come «a suo tempo, nel 1999, la Usl di Colleferro espresse parere contrario alla costruzione degli inceneritori con l’inserimento di nuove fonti di emissione in un contesto già compromesso».
 

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