Venerdì, 12 Luglio 2024
Cronaca Serpentara / Via Monte Giberto

Strage Fidene, chiuse le indagini: Campiti accusato di omicidio volontario, tentato omicidio e lesioni post choc

Dalla procura di Roma avviso di conclusione delle indagini per l’autore della strage e due indagati del poligono per omissioni su controllo e vigilanza

La procura di Roma ha chiuso le indagini sulla strage di Fidene dell’11 dicembre scorso quando Claudio Campiti ha aperto il fuoco durante una riunione del consorzio Valleverde in un gazebo di via Monte Gilberto, in zona Colle Salario, uccidendo quattro donne, Nicoletta Golisano, Elisabetta Silenzi, Sabina Sperandio e Fabiana De Angelis. 

Conclusione indagini 

Nell’avviso di conclusione delle indagini, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, i pm capitolini, dopo le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo, contestano a Campiti le accuse di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, del tentato omicidio di altre cinque persone sedute al tavolo del consiglio di amministrazione del consorzio e delle lesioni personali derivate dal trauma psicologico subito dai sopravvissuti.

La strage di Fidene 

In particolare a Campiti, nell’inchiesta del pm Giovanni Musarò coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino si contesta che "con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, dopo aver fatto ingresso all’interno del gazebo del bar ‘Il posto giusto’ dove era in corso un’assemblea del consorzio Valleverde, impugnando una pistola Glock modello 41 calibro 45 si dirigeva direttamente verso il tavolo dietro al quale erano seduti i componenti del consiglio di amministrazione del consorzio e i revisori contabili e dopo aver pronunciato la frase ‘vi ammazzo tutti’ sparava all’indirizzo di Sabina Sperandio, Nicoletta Golisano e Fabiana De Angelis colpendole in punti vitali uccidendole". 

La quarta vittima 

Elisabetta Silenzi rimase ferita e morì qualche giorno dopo. Per l’accusa di tentato omicidio i magistrati sottolineano come Campiti "compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte anche degli altri soggetti seduti al tavolo, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla propria volontà".

Bloccato da uno dei partecipanti 

Una donna, revisore contabile, era riuscita a evitare i colpi di pistola "abbassandosi e nascondendosi sotto al tavolo" mentre, come è stato ricostruito dalle indagini, Campiti, allarmato per il rumore provocato dal fatto che numerosi partecipanti all’assemblea si erano alzati si voltava verso di loro "dando le spalle al tavolo del consiglio di amministrazione, venendo poi bloccato da uno dei partecipanti", rimasto ferito al volto, e successivamente da altre persone presenti.

Disturbo traumatico da stress

La procura contesta a Campiti anche il reato di cui all’articolo 586 del codice penale per le lesioni personali riportate dal alcuni dei sopravvissuti alla strage "consistite in disturbo post traumatico da stress", con disturbi del sonno, depressione, senso di colpa per essere sopravvissuto alla strage, e flashback. Il 57enne è accusato anche di appropriazione e porto abusivo di armi. Quanto all’aggravante dei futili motivi, i pm evidenziano motivi "riconducibili ad un contenzioso civilistico con il "Consorzio Valleverde" che durava da diversi anni e a ragioni di rancore più volte palesate in passato nei confronti dei membri del Consorzio e dei componenti del relativo Consiglio di Amministrazione".

Il presidente del poligono 

L’avviso di conclusione delle indagini riguarda anche il presidente della Sezione Tiro a Segno Nazionale di Roma e un dipendente addetto al locale dell’armeria del poligono di tiro di Tor di Quinto a Roma dove l’11 dicembre Campiti prese l’arma utilizzata per compiere la strage. In particolare il presidente del poligono avrebbe, secondo l’accusa, omesso di adottare le "cautele" necessarie a custodire le armi "nell’interesse della sicurezza pubblica e ad impedire che le armi, una volta prelevate dall’armeria fossero portate fuori dalla struttura". Si contesta dunque di "aver omesso di adottare prescrizioni e direttive volte a imporre che le armi noleggiate fossero consegnate direttamente sulla linea di tiro".

La pistola presa in armeria 

Inoltre il presidente del poligono e il dipendente, in concorso con Campiti avrebbero avuto "una condotta causalmente rilevante e che ha consentito a Campiti, soggetto privo di porto d’armi’ di portare in luogo aperto al pubblico la pistola Glock". Secondo quanto ricostruito l’arma era stata consegnata dal dipendente a Campiti all’interno dell’armeria "affinché percorresse i 247 metri che separano l’armeria dalla porta di accesso all’impianto con linee di tiro a circa 25 metri, attraversando necessariamente il parcheggio posto in prossimità dell’uscita, luogo aperto al pubblico perché chiunque aveva la possibilità di accedervi senza legittima opposizione di chi su quel luogo esercitava un potere di fatto e di diritto". L’armeria del poligono di Tor di Quinto lo scorso maggio è stata oggetto di un sequestro preventivo.

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