Domenica, 14 Luglio 2024
Cronaca

I Palazzi, la 'maggica' e il potere della Gens Giulia: Andreotti e l'amore per Roma

Dal cuore giallorosso alla passione per i cavalli che lo portava la domenica all'Ippodromo di Capannelle. I palazzi del potere e i legami Roma, dalla Banda della Magliana ai seguaci della gens Giulia

Dal soprannome Divo Giulio, a evocare il grande imperatore, al tifo sfegatato per la 'maggica', alle domeniche all'Ippodromo di Capannelle. Giulio Andreotti era romano. Certo, pur se non lo fosse stato la quantità di poltrone ricoperte e la presenza ventennale nei palazzi del potere un tocco di romanità glielo avrebbero lasciato. Detto questo il suo rapporto con la capitale era profondo e non solo da uomo di governo.

Sette mandati da premier, otto da ministro della Difesa, cinque agli Esteri, senatore a vita. Il Divo di poltrone ne ha girate tante. E anche di luoghi. Da quel Portico del Tempio calcato infinite volte alla Chiesa del Gesù, dove la vecchia zia lo portava, come lui stesso ricorda, "ad ascoltare le prediche di un oratore brillantissimo", e dove i mendicanti lo aspettavano sul sagrato.

Poi i film proiettati in una stanzetta privata dell'Albergo Nazionale e il fantomatico archivio segreto depositato al pianoterra del palazzo Macchi di Cellere, davanti Montecitorio. La domenica, oltre al cuore sportivo dedicato alla sua Roma, andava all'Ippodromo, a Capannelle, a seguire le corse. Appassionato di uno sport che "ha bisogno di essere conosciuto veramente", Andreotti non demonizzava le scommesse ("lo Stato creatore del gioco del Lotto non si può mettere a fare prediche").

BANDA DELLA MAGLIANA - E tra sport e vita pubblica, tra Montecitorio e Olimpico c'erano altri legami, con una Roma meno lusinghiera. La Roma di criminalità, mafia e Banda della Magliana. E' noto il suo rapporto con Enrico Nicoletti, cassiere dell'organizzazione criminale, che nel 2010 ha confermato in un'intervista rilascita a Report di conoscere e "aver visto diverse volte" il Divo definendolo "persona a postissimo". L'unico politico a cui forse il boss doveva qualcosa.

Sui presunti rapporti di Andreotti con i membri della banda testimoniò anche Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano e amante di Renato De Pedis, che rese testimonianze sulla scomparsa di Emanuela Orlandi nel 1983. “Io andai anche a cena a casa di Andreotti, con Renato. – raccontava la donna - Ovviamente davanti a me non parlavano... due volte ci sono andata... Renato ricercato... La macchina della scorta sotto casa di Andreotti della polizia... Renato ricercato, siamo andati su... eh... accoglienza al massimo... c’era pure la signora... la moglie... una donnetta caruccia ... ovviamente davanti non parlavano di niente”.

LA GENS GIULIA - Rapporti al confine tra affari e politica, senza disinteresse e senza limpidezza, come ogni buon "homo andreottianus" comandava. La lotta politica, nella prima repubblica, non era tanto tra partiti, quanto tra correnti. E la "gens Giulia", gruppo di uomini legati al sistema di potere di Andreotti, era temuta e rispettata dentro e fuori la democrazia cristiana.

Grazie ai suoi seguaci, politici in primo luogo, ma anche manager pubblici, banchieri, uomini d'affari, Andreotti ha costruito e difeso una cittadella che ha resistito negli anni agli assalti dei nemici e che si è arresa solo all'uragano giudiziario che travolse tutto il partito. Si trattava di un gruppo di vassalli, ciascuno con un suo feudo ben difeso, costruito a suon di tessere, che nella Dc degli anni d'oro erano il cemento con cui edificare le fondamenta del potere. Pronti a rendere omaggio al loro signore, ma anche, all'occorrenza, a farsi la guerra l'uno con l'altro. Un legame del tipo "a Frà, che te serve?", frase "cult" dell'intera Tangentopoli, pronunciata dal costruttore Gaetano Caltagirone, grande supporter della corrente.

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