Qube: dopo i sigilli al locale parla il gestore della discoteca di via di Portonaccio

Il titolare: "L'ultimo provvedimento è stato sentito e vissuto da tutti gli addetti come provvedimento assolutamente immeritato, ingiusto"

"L'ultimo provvedimento è stato sentito e vissuto come assolutamente immeritato, ingiusto, non coerente con l'impegno da tanti anni profuso e con il successo raggiunto". A scrivere queste parole, con una lettera indirizzata al nostro portale, è Chelemo Molayem, l'amministratore unico della società che gestisce il Qube, il locale di via di Portonaccio 212 che lo scorso giovedì 7 gennaio il Questore di Roma Guido Marino ha chiuso temporaneamente

La missiva di Chelemo Molayem giunge a seguito degli articoli riportanti la decisione del Questore e la denuncia di una presunta violenza sessuale subita da un giovane, nel cortile del locale, sulla quale la Polizia con gli agenti del Commissariato di Sant'Ippolito stanno indagando per fare luce.

Secondo la gestione del locale, con gli articoli riportati, "risulta che si è tentato di porre in cattiva luce la discoteca Qube, ingiustamente e senza adesione alcuna alla realtà, attraverso suggestioni inserite nei suddetti articoli, dai quali emerge una rappresentazione del locale del tutto falsata". Episodi, tutti, documentabili dall'informativa presentata dai Carabinieri di Casal Bertone e dagli agenti del Commissariato di Sant'Ippolito che hanno portato sul tavolo del Questore documenti che hanno poi portato alla chiusura temporanea del locale. 

"La discoteca Qube è innanzitutto una importante ed affermata azienda sul mercato di Roma, presso la quale prestano il loro lavoro, conformemente alle norme di legge, oltre centoventi addetti, tra dipendenti diretti ed indiretti per le varie attività affidate a ditte specializzate. Il buon funzionamento dell'azienda è stato confermato, negli anni, dalla numerosa partecipazione del pubblico, che è rappresentata da oltre centomila clienti ogni anno", si legge nella lettera dell'amministratore unico Chelemo Molayem.

"Occorre rammentare che trattasi di azienda promotrice di un accordo tra Ministero degli Interni e rappresentanti dei gestori delle discoteche a livello nazionale, denominato 'Protocollo d'Intesa', stipulato al precipuo fine di coadiuvare le Forze dell'Ordine nel reprimere qualsivoglia condotta contraria al buon costume e all'ordine pubblico. Giova ricordare anche, ad onor del vero, che non vi è mai stato alcun procedimento giudiziario che abbia coinvolto l'azienda per responsabilità propria o dei propri dipendenti o collaboratori - continua ancora il gestore del Qube - Al contrario, è stato proprio il rigido rispetto della normativa vigente nel settore interessato, che ha portato in alcuni, comunque, rari casi, l'azienda a dover affrontare atti di violenza posti in essere da parte di soggetti terzi, al di fuori di ogni possibile controllo da parte della discoteca stessa. Ne è un chiaro esempio, il tragico episodio avvenuto il 27 gennaio 2019, dove sono stati investiti i due addetti alla vigilanza proprio perché avevano negato l'accesso a due soggetti in palese stato di alterazione alcolica e con forte aggressività".

Visti gli episodi elencati anche nell'informativa presentata dai Carabinieri e dalla Polizia al Questore, il Qube "ribadisce, con orgoglio aziendale, la correttezza dell'operato del management e dello staff (ripetesi, oltre 120 addetti) operativo da diversi anni; la rilevanza di un'attività storica sulla piazza capitolina, che raccoglie la partecipazione di migliaia di clienti; la non imputabilità degli episodi verificatisi alla responsabilità dell'azienda medesima, che solo ha dovuto subire altrui atti delinquenziali senza mai darvi occasione".

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"Dal 2014 ad oggi, infatti, il locale Qube ha avuto un'affluenza stimabile di oltre 500.000 clienti, tra i quali certamente anche sono purtroppo capitati alcuni "delinquenti" (comunque pochi, proprio grazie alla conoscenza della società e rigidità dei controlli che va a notoriamente scoraggiare i malintenzionati) rispetto ai quali però proprio alcuna responsabilità può essere ascritta all'azienda ivi operante", conclude Molayem.

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