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Immagini di repertorio

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Spaccio al Ferro di Cavallo, 99 anni di reclusione ai pusher del "buco conosciuto in tutta Roma"

La compravendita di droga avveniva in quello che, in gergo, è conosciuto come il 'buco': una fessura nella parte inferiore del telaio delle cassette della posta, presenti all'interno dell'ingresso della palazzina di via dell'Archeologia

Sono 99 gli anni di reclusione complessivi che il Gup Emanuela Attura ha inflitto a 21 persone, tra uomini e donne, arrestati nell'ottobre del 2019 a seguito dell'operazione 'Ferro di Cavallo'. Un sodalizio di pusher di Tor Bella Monaca che si organizzava con paghe e turni di lavoro tanto che per i pusher e le vedette ormai quell'incarico era una vera e propria professione. 

A sgominare quel giro d'affari illecito furono i carabinieri delle stazione di Tor Bella Monaca e del Gruppo di Frascati, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che ricostruirono oltre 400 episodi giornalieri di spaccio, per un volume di affari pari a circa 15.000 euro giornalieri, con punte di 20 mila nel fine settimana

Secondo il Gup Attura, gli imputati avevano messo in piedi quella che secondo il codice penale viene identificata come una associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope. I ventuno processati avevano scelto tutti di avvalersi del rito abbreviato.  

I turni di lavoro e la paga  

Sebbene le indagini dei carabinieri delle stazione di Tor Bella Monaca e del Gruppo di Frascati, siano durate "solo" 4 mesi (da ottobre 2015 a febbraio 2016) la frequenza delle cessioni rilevate fu elevata. Una attività quotidiana suddivisa su quattro turni (09:00/17:30 – 17:30/20:30 – 20:30/04:30 – 04:30/09:00).  

La sostanza stupefacente era venduta con due diverse pesature: l'involucro contenente 0,3 grammi di cocaina venduto per 30 euro e l'involucro da 0,5 grammi venduto per 50 euro. E poi c'erano quelli che potevano essere definiti dei veri e propri stipendi. La paga, stabilita per ogni sodale, veniva determinata in relazione al ruolo svolto: per il palo (o vedetta) era previsto un guadagno di 100 euro giornalieri, mentre il pusher fino a 200 euro al giorno. Chi aveva ruoli di responsabilità si metteva in tasca tra i 4mila e i 15mila euro al mese. Tra i clienti vi erano sia uomini che donne di diverse estrazioni sociali e età (dai 18 ai 55 anni) e non si esclude anche alcuni minorenni.

Il 'buco' di via dell'Archeologia 

Lo spaccio avveniva in quello che, in gergo, è conosciuto come il 'buco': una fessura nella parte inferiore del telaio delle cassette della posta nella scala H del civico 106 di via dell'Archeologia, cuore del cosiddetto Ferro di Cavallo, che - all'epoca dei fatti, i pusher usavano come posto di consegna della droga. 

Nell'ordinanza firmata dal Gip Francesca Ciranna - in cui veniva nei fatti autorizzato il blitz dell'Arma - una intercettazione di un cliente abituale racconta quanto fosse rilevante il 'buco': "Viene chiamato così per il metodo utilizzato dai ragazzi che vendono la coca, cedono la dose attraverso un foro presente nel muro del palazzo. Il "buco" è famoso in tutta Roma".

Significativa, secondo gli inquirenti, era stata una intercettazione nel descriverlo. Un acquirente si avvicina al "buco" e dà 30 euro. Il pusher allunga la mano, e poi risponde "Pe' 30 euro devi aspettà un quarto d'ora. Ripassa. Sennò ce l'ho da cinquanta". Il cliente, desideroso della sua dose, ha però i soldi contati e prova a contrattare: "O prendete er telefono?". 

"Fai vede, faccia ar buco. Al buco t'ho detto. Fai vedè", la risposta. I secondi di silenzio. Il cliente spera, ma niente. "A me nun me serve, mettiti ar buco zì, mettiti ar buco. Te devo vedè. Tiè nun ce serve. Ma che telefono è? Fa schifo". L'offerta viene rifiutata e il cliente è costretto ad aspettare, adattandosi alle regole del "buco"

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