Nella morsa del gelo e senza metro come riparo: viaggio tra i clochard di Roma nord 

Prima Porta, Labaro, Saxa Rubra. Con i volontari della Croce Rossa di Roma, in campo per il grande freddo, percorriamo il quadrante nord ovest della città, tra insediamenti lungo il fiume e mini accampamenti nascosti dalle frasche

Volontari a Labaro

Li scopri sotto i cavalcavia a pochi metri dalle acque del Tevere, nel buio delle sterpaglie, dentro grotte nascoste nelle pareti di roccia a strapiombo sulla strada. Da Prima Porta a Tor di Quinto, lungo l'asse della via Flaminia, per i clochard non c'è nessuna metro. Termini, Ostiense, Tiburtina, le stazioni che il Campidoglio ha aperto di notte per l'emergenza gelo, distano chilometri. Contro il grande freddo delle ultime ore ci sono baracche, roulotte, qualche falò. E l'aiuto dei volontari che scendono in strada con un tè caldo, un pezzo di panettone, un giaccone pesante. Croce Rossa di Roma, con le sue unità di strada, sta battendo la città da giorni, intensificando i turni standard, per portare accoglienza ai senzatetto, prime vittime quando il termometro scende sotto zero. Oltre 500 le persone soccorse in appena 24 ore di tramontana e temperature polari, ieri sera una decina in pochi metri, nel quadrante nord della città. Qui il Comitato Cri municipio 15 ha sfidato il freddo e portato un aiuto lontano da piazze illuminate e vie trafficate, tra esistenze fantasma, mimetizzate nel buio, nascoste dove l'occhio dei passanti non arriva. 

"Queste persone già le conosciamo, sono insediamenti che visitiamo in condizioni normali. Ci torniamo adesso per questo freddo". Lorenzo Renfi, volontario, guida l'autombulanza carica di viveri e bevande fumanti donate dai cittadini. Con lui un gruppo di sei colleghi. Prima tappa: la mini baraccopoli che da anni occupa l'argine del Tevere sotto una stazione dei treni della Roma Viterbo. Ci si arriva percorrendo un tratto di strada quasi sterrata. Sono meno due gradi. Tra vettovaglie accatastate indistinguibili nella penombra, brucia un piccolo fuoco, troppo timido per scaldare davvero. "Sono qui da un anno, non ho più casa, mia moglie mi ha lasciato. Adesso non ho lavoro, ma ne ho fatti tanti, soprattutto il muratore". Vasili, 49 anni, romeno, beve il tè offerto dai volontari. Chiede anche "un paio di scarpe, numero 44 e una coperta, grazie". Poi racconta: "Viviamo in sette qui, io sono il capo, ho costruito io questo posto per noi". Raccogliendo assi di legno e vecchi rottami vicino ai cassonetti ha messo su qualche baracca e risistemato un paio di camper. Batte i denti: "Si fa tanto freddo, ma in Romania - scherza - c'è la neve alta così". 

Pochi metri più in là, sempre sulla via di fango e ciottoli che costeggia il fiume, spunta da un piccolo insediamento coperto dagli alberi, Catalino, 45 anni, originario della Romania. Vive su un materasso buttato in mezzo alle frasche. "Sono venuto qui per trovare lavoro ma non c'è, ho fatto per qualche anno il giardiniere ma poi il padrone ci ha mandato via". Per ristorarlo una giaccone caldo e un paio di scarpe, numero 43. E ancora avanti, dal buio pesto, esce fuori Musat, 60 anni. "Ho lavorato a nero in un agriturismo, facevo un po' di tutto, per tre anni, poi mi hanno regolarizzato e dopo un anno licenziato, dicevano che dovevano pagare troppe tasse". Dai volontari vorrebbe tre giubbotti, per sè, per l'amico e per la cognata. "E' a letto, non si sente bene". Quando il gelo darà tregua tornerà a pescare nel fiume. "Il pesce lo cucino io, in passato ho lavorato come cuoco". Anche lui è romeno. La comunità, oltre a essere la prima per numero di presenze nella città di Roma, è particolarmente radicata nel municipio di Roma nord, specie nelle aree di Labaro e Prima Porta, dove una miriade di piccoli insediamenti accolgono immigrati, spesso operai edili, in emergenza abitativa. 

Dall'Europa dell'est arriva anche Vassili. Vive da anni rintanato in un loculo in pietra incastonato tra gli speroni rocciosi lungo la via Flaminia. Qualche coperta appesa a un filo e un po' di erbacce nascondono bene l'ingresso dall'arredo singolare: uno specchio, una tenda al posto della porta, uno stendardo con il tricolore. Nel rifugio due letti pieni di coperte, tanto alte da nascondere un altro inquilino di quell'alcova segreta. Si affaccia dormiente dai piumoni, illuminato dal faro dei volontari che si fanno strada. Non reagisce. Vassili: "Ha bevuto troppo". Il tavolo è stracolmo tra piatti usati, una pentola che bolle qualcosa di caldo, scorte di cibo in scatola, vestiti ovunque. "Non è mangiare il problema, è freddo". Parla a stento italiano, si lamenta di quell'aria gelida che toglie il respiro. Per lui dai volontari un maglione e un giaccone pesante.  

Invece Salvatore, siciliano, classe '61,  non sembra aver bisogno di niente. Tappa finale del nostro viaggio, si nasconde nella vegetazione lungo una traversa di via Flaminia Nuova. Berretto di lana, occhiali tondi e barba lunga, sbuca da un rifugio di cartoni e bottiglie di plastica. Sorride, nonostante il gelo, e accetta di buon grado il tè caldo degli operatori. Ha anche un termos. "Me l'hanno regalato, questo mi sarà molto utile". Ha una storia diversa - "vivo in strada da quando ho 25 anni" - ma fatta ancora di licenziamenti, di migrazioni dal sud al nord del Paese, di rapporti familiari difficili. I volontari lo conoscono bene. Si muove in zona da tempo, fino a qualche mese fa era accampato vicino al benzinaio di Corso Francia, sotto il cavalcavia. Poi, racconta, "mi hanno dato fuoco ai cartoni". Ha voglia di parlare, di raccontarsi, forse più che di coprirsi. 

"Spesso oltre a cibo, coperte, vestiti asciutti, portiamo un sorriso, un po' di calore umano". Lorenzo fa il volontario da due anni, Massimo da dieci. Quello del freddo che mette in pericolo chi vive in strada è un problema che affrontano ogni anno, come possono. "E' capitato in passato che qualcuno ci chiedesse un aiuto diverso, in quel caso trovammo un posto in un centro sulla via Tiberina". Ma i più restano dove sono. Non sanno che esistono dormitori, posti alternativi alla strada, anche se in numero insufficiente per tutti. O se lo sanno, forse, non sono interessati. "Molti di loro non vogliono muoversi da dove sono. Hanno paura di stare in posti dove ci sono delle regole". Qualcosa in più però si può fare. "Personalmente invito i cittadini a donare il più possibile, a partecipare ai nostri giri solidali e il municipio a informarci dei senzatetto presenti sul territorio. Stiamo ancora aspettando. Quelli che abbiamo visitato questa sera sono sconosciuti ai servizi sociali". 

Più dure, contro il Campidoglio, le parole della presidente del Comitato Area Metropolitana di Roma della Cri, Debora Diodati. "Quella dei senza dimora non può essere un'emergenza solo di pochi giorni. L'apertura delle metropolitana è una misura insufficiente specie se comunicata all'ultimo minuto. Servono soluzioni strutturali per togliere dall'invisibilità le persone che vivono ai margini". Poi l'appello lanciato questa mattina su Facebook "a tutti i cittadini romani e della provincia a darci una mano a proseguire nella nostra attività di assistenza ai #senzadimora". Servono: coperte, sacchi a pelo, giacconi invernali, sciarpe, cappelli, guanti. Tutte le informazioni per le donazioni su www.criroma.org. 

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