Politico locale chiede tangente da 1 milione di euro ad imprenditore con l'aiuto della camorra, 5 arresti

La 'mazzetta' richiesta per un appalto ai lavori del cimitero di Ferentino. Il blitz dei carabinieri fra la Capitale e le province di Roma e Frosinone

Una 'mazzetta' da 300mila Euro poi lievitata sino ad 1 milione di Euro. Vittima un giovane imprenditore di Tivoli, carnefici un politico del Comune di Ferentino attraverso la forma intimidatrice di esponenti di un clan camorristico. Questi alcuni degli elementi che hanno portato i carabinieri della Compagnia di Tivoli ad arrestare 5 persone, fra cui l'amministratore del Comune della provincia ciociara. 

Il blitz alle prime ore di giovedì 7 marzo quando i militari della Compagnia tiburtyina hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma su richiesta della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di cinque soggetti, resisi responsabili, a vario titolo, di estorsione, aggravata dal metodo mafioso, ai danni del giovane imprenditore tiburtino. 

L’attività investigativa condotta dai militari permetteva tra l’altro di acclarare l’esistenza di un clan camorristico operativo nel Lazio orientato alla penetrazione nel tessuto economico delle pubbliche amministrazioni. L’indagine dei Carabinieri, infatti, ha fatto emergere come l’occhio del clan si fosse focalizzato su un imprenditore tiburtino, che si era aggiudicato un appalto di circa 6 milioni di euro utile alla costruzione ed alla gestione di loculi presso il cimitero del comune di Ferentino e per il quale un pubblico amministratore locale pretendeva dall’imprenditore una ingente somma di denaro. 

La ditta, infatti, con sede in Tivoli, presentava nell’anno 2013 un “project financing” e si aggiudicava l’appalto nel febbraio 2018. Immediatamente dopo la firma del contratto, il consigliere comunale di maggioranza con delega ai servizi cimiteriali, reclamava dal co-titolare della ditta, a titolo di tangente, la somma di euro 300.000, pari al 5% dell’importo totale dei lavori stimati. Richiesta alla quale l’imprenditore non soggiaceva nonostante le insistenze del consigliere comunale che ricorreva, a questo punto, ad esponenti della Camorra per costringerlo a pagare, grazie alla forza di intimidazione del clan. 

Non è un caso che il consigliere comunale, infatti, si è avvalso sia di un suo congiunto, commerciante della Capitale, sia di un gruppo di soggetti, uno in particolare interfaccia di un clan camorristico di Napoli centro che sottoponevano l’imprenditore tiburtino a reiterate richieste estorsive, anche mediante l’uso di armi e perfino a mezzo di veri e propri raid nella sede dell’azienda. 

VIDEO | Il blitz dei carabinieri fra Roma e Frosinone 

L’amministratore del comune di Ferentino, inoltre, così come riporta il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento restrittivo “ è il vero artefice ed ideatore della condotta estorsiva, sebbene incensurato, il suo ruolo appare fondamentale: grazie a lui l’organizzazione camorristica fagocita un’impresa sana e la asserve ai suoi desiderata; il suo inserimento oramai pluriennale all’interno dell’amministrazione di Ferentino ne garantisce il concreto ed attuale pericolo di reiterazione di condotte anche per reati di pubblica amministrazione”. 

La somma pretesa dal clan era inizialmente di trecentomila euro che però lievitava fino all’esorbitante cifra di un milione di euro quale “sanzione” per i supposti “ritardi” nei pagamenti dell’imprenditore, dal quale, in aggiunta, veniva addirittura “preteso” l’esborso del 10 % del fatturato per i futuri lavori della sua ditta  in cambio della “protezione” del “clan”, le cui mire inoltre, unitamente a quelle dell’infedele amministratore pubblico, si indirizzavano anche sul costruendo stadio di Ferentino lì dove gli interessi in gioco ed i guadagni  rappresentavano una vera e propria manna per le illegittime bramosie di guadagno  del clan, tant’è che il  giudice  scrive: “ il concreto riferimento al c.d. stadio dava la cifra degli interessi in gioco e della volontà dell’amministratore di trarre un profitto personale anche dalla realizzazione di quell’opera con il concorso degli stessi co-indagati”

La vittima, a questo punto, schiacciato delle pretese e terrorizzato per la sua incolumità fisica e per quella dei suoi familiari, si vedeva dapprima costretto a versare al sodalizio una prima somma di denaro pari a Euro 44.000 che ovviamente non placava la “ingordigia” del sodalizio e, successivamente, poiché oggetto di uno stillicidio di incessanti minacce e violente pretese di denaro, si convinceva a denunciare la sua grave situazione di soggezione ai soggetti contigui al clan postisi addirittura al servizio del colletto bianco per il “recupero” dei supposti ed illegittimi crediti. 

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Ed è proprio a partire dalla denuncia che trae origine la complessa ed articolata attività d’indagine, condotta anche a mezzo di attività tecniche, servizi di osservazione e pedinamenti, dai Carabinieri della Compagnia di Tivoli sotto l’egida della Procura della Repubblica di Roma - Direzione Distrettuale Antimafia, che permetteva di acquisire gravi e inequivocabili indizi di reato a carico degli odierni indagati tutti arrestati e tradotti presso il carcere di Regina Coeli di Roma.

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