Corruzione a Rebibbia: agenti della penitenziaria a disposizione di un detenuto, tre arresti

Le due guardie carcerarie avrebbero aiutato un 55enne ristretto nel 2015 nel reparto G9 del Nuovo Complesso penintenziario della Tiburtina

Favori in cambio di denaro (mai ricevuto) ad un detenuto di 55 anni. Questo quanto ha determinato l'accusa di "corruzione" nei confronti di due agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Rebibbia. Le indagini sono state concluse questa mattina all'alba al termine di una articolata attività investigativi coordinate dalla DDA di Roma (Direzione Distrettuale Antimafia) e protrattasi per più di un anno. Ad essere destinatari di tre ordinanze di custodia cautelare un detenuto 50enne nato a Siracusa, già in carcere nella casa circondariale di Cremona per altra causa, e due guardie carcerarie, un 47enne originario di un paese del casertano ed un 46enne nato in Svizzera, colpiti da misura restrittiva degli arresti domiciliari. 

I REATI - A dare esecuzione all'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica, gli investigatori della Squadra Mobile e quelli del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria. I tre sono indagati per il reato di corruzione, avendo posto la propria funzione a disposizione del detenuto siciliano compiendo, dietro promessa di denaro, favori a beneficio dello stesso.

EVASO DA REBIBBIA - Il 50enne è altresì indagato per il reato di evasione in quanto, il 21 maggio 2015, uscito dalla Casa Circondariale di Rebibbia, poiché ammesso al regime di semilibertà, non si è recato presso il luogo di lavoro né ha fattco rientro presso l’Istituto di pena all’orario previsto. Viene successivamente localizzato e tratto in arresto il 28 maggio 2015 a Crema, presso l’abitazione della moglie e accompagnato presso la Casa Circondariale di Cremona dove è attualmente detenuto.

RAPPORTO CONFIDENZIALE - L’articolata indagine, ha fornito sin dall’inizio significativi elementi attestanti la sussistenza di un rapporto particolarmente confidenziale tra i due poliziotti penitenziari e il detenuto, ristretto nel reparto G9 dove gli stessi prestano servizio. L’attività tecnica, avvalorata dai riscontri forniti dagli accertamenti bancari sui conti correnti appositamente aperti dai poliziotti penitenziari e destinati alle elargizioni di denaro provenienti dal detenuto, ha consentito di comprovare l’esistenza di un rapporto corruttivo tra gli indagati.

A DISPOSIZIONE DEL DETENUTO - In particolare, i due assistenti capo della Polizia Penitenziaria si sono "messi a disposizione" del 50enne,  per fornirgli favori di vario genere: dalla comunicazione di notizie a lui, a sua moglie e al suo difensore, relative a permessi premio concessi ovvero esiti delle udienze; la rivelazione agli operatori penitenziari di notizie positive circa la condotta del detenuto; il compimento di specifici atti contrari ai doveri d’ufficio rivelando allo stesso  informazioni circa il rinvenimento di un telefono cellulare nel possesso di altro soggetto detenuto presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia "Nuovo Complesso", nonché facendo da intermediari per recapitare beni all’interno del carcere o presso il luogo ove svolgeva attività lavorativa  in regime di semilibertà.

DENARO MAI ELARGITO - La condotta dei due agenti era finalizzata al conseguimento di somme di denaro, più volte promesse anche se di fatto mai elargite dal detenuto, nonché all’ottenimento di un impiego o di altra forma di partecipazione presso l’attività commerciale - una pizzeria - che il 50enne si diceva intenzionato a intraprendere dopo l’espiazione della pena. Contestualmente all’esecuzione delle misure, sono state eseguite perquisizioni delegate dalla locale Procura presso le abitazioni di residenza, site in provincia di Caserta, nonché presso gli alloggi di servizio dei due poliziotti penitenziari e l’abitazione a Crema della moglie del detenuto.

LA MAGISTRATURA FACCIA IL SUO CORSO - L'operazione di stamattina ha trovato il commento del sindacato della polizia peninteziaria Fns Cisl Lazio: "Atteggiamenti del genere non possono essere accettati in particolar modo da chi appartiene ad una forza di polizia quale è la penitenziaria. La magistratura faccia il proprio corso. La polizia penitenziaria è un corpo sano lo dimostrano i vari interventi che espletano quotidianamete svolgendo il proprio servizio seppur in condizioni critiche dovute a carenza di personale e di sovraffollamento dei detenuti".

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