Domenica, 24 Ottobre 2021
Cronaca

Camorra Capitale: 230 anni di carcere per i Napoletani del Tuscolano, confermati 30 anni a Mimì o Professor

Lo ha stabilito il Processo d'Appello. Secondo l'accusa avrebbero gestito lo spaccio di diverse piazze della periferia della Capitale

Condanne per quasi 230 anni di carcere per 21 persone con assoluzioni parziali per singolo capi d'imputazione e prescrizioni per altre tre persone. E' quanto stabilito dal Processo d'Appello alle 24 persone note alle cronache nazionali come i Napoletani del Tuscolano. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero gestito lo spaccio in alcune piazze della periferia della Capitale. Ma questo non è il solo capo d’imputazione. L'associazione venne sgominata dai carabinieri nel febbraio del 2015 al termine della Operazione Tulipano (qui la notizia) . 

Processo d'appello Napoletani del Tuscolano 

Durante il maxiprocesso che si è tenuto davanti alla III Corte d’appello, presieduta da Cecilia Dumma, l’accusa ha contestato numerosi altri capi d’imputazione: associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, usura, reati contro la persona, reimpiego di denaro di provenienza illecita, fittizia intestazione di beni, illecita detenzione di armi, illecita concorrenza con violenza e minacce.

300 anni di pene per i Napoletani del Tuscolano

Il processo di primo grado si era concluso con condanne a oltre 300 anni di reclusione e 8 assoluzioni. Le condanne più alte sono state inflitte a Domenico Pagnozzi detto 'Mimì o Professor', a cui sono stati confermati i 30 anni di carcere inflitti in primo grado, Massimiliano Colagrande (24 anni), Antonino Calì (21 anni), Stefano Fedeli (18 anni e 11 mesi), Marco De Rosa (18 anni e 10 mesi), Marco Pittaccio (16 anni e 8 mesi) e Claudio Celano (14 anni). Le altre condanne sono state ricompensate tra poco più di 9 anni e poco meno di 4 anni di reclusione; inoltre c’è stata l’applicazione concordata accusa-difesa di una condanna e tre assoluzioni per prescrizione dei reati contestati.

I Napoletani del Tuscolano 

L’inchiesta, che ha poi portato al processo, risale al 2015 quando gli inquirenti smantellarono un’organizzazione per delinquere di stampo camorristico, operante nella zona sud-est di Roma, guidata da Domenico Pagnozzi. All’interno del gruppo operavano persone di origini campane e romane. 

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