Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Aggredì la vicina con un mazza da baseball: poliziotto condannato

E' arrivata la sentenza di primo grado per l'aggressione a Claudia Ursini. L'uomo, 41enne, era imputato per tentato omicidio. A Today la donna raccontò l'aggressione subìta

Condannato a due anni e nove mesi, con reato derubricato: non tentato omicidio ma lesioni gravi. È la sentenza di primo grado pronunciata oggi pomeriggio dal giudice Francesco Rugarli nei confronti del poliziotto accusato di aver aggredito brutalmente Claudia Ursini l'11 ottobre 2015, a Roma (qui la storia). Il tribunale penale di Roma ha anche stabilito per l'uomo, 41 anni, una provvisionale di 30mila euro nei confronti della vittima e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali. La donna, che anche sulle pagine di questo giornale aveva denunciato l'aggressione subìta, ha accolto la sentenza con un pianto che lei stessa ha definito "liberatorio".

"Hanno sbagliato, non mi aspettavo una sentenza del genere. Faremo appello", è stato invece il commento laconico del legale dell'accusato, avvocato Ceccarelli.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni. Nel corso del dibattimento di oggi, ultima udienza prima della sentenza di primo grado emessa intorno alle 17.30, il pm aveva chiesto l'assoluzione del poliziotto per non aver commesso il fatto, dicendo in sostanza che in base alle prove documentali emerse "non si può dire con certezza se è stato lui o non è stato lui a commettere l'aggressione. Non potendo sostenere oltre ogni ragionevole dubbio la sua colpevolezza, chiedo l'assoluzione". La parte offesa, tramite il legale di parte civile Giulia Dragoni, oltre alla condanna per tentato omicidio aveva chiesto un risarcimento danni di 150mila euro. La difesa, ribadendo l'innocenza dell'imputato, aveva detto di essersi "spesa nel corso del dibattimento - anche sollecitando la Procura - nel trovare ipotesi alternative su chi abbia potuto aggredire la Ursini, senza esserci riuscita".

IL RACCONTO DI CLAUDIA URSINI 

Si chiude così, dunque, il primo capitolo processuale del caso. "Chi voleva ammazzarmi non andrà in galera perché indossava una divisa". Così Claudia Ursini raccontava a Today l'aggressione subìta sotto casa la mattina dell'11 ottobre 2015. La donna, dipendente Eni 55enne, dichiarò di essere stata colpita "prima con uno schiaffo e poi ripetutamente con una mazza da baseball". A colpirla, secondo il suo racconto, sarebbe stato un poliziotto, suo vicino di casa che abitava nello stesso complesso di villette a schiera nelle campagne di Roma. La donna, anche attraverso le pagine di questo giornale, chiedeva giustizia e reclamava ascolto, ricordando di non poter nemmeno più vivere nella sua casa "perché ho paura, io sono stata costretta a cambiare sistemazione e chi voleva ammazzarmi abita ancora lì con la sua famiglia".

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LA MATTINA DELL'AGGRESSIONE E LA RIABILITAZIONE

Sono le 7 di domenica 11 ottobre 2015 e Claudia, sotto casa sua, viene colpita prima con uno schiaffo che la tramortisce e fa cadere a terra e poi - è questo il suo racconto - "con una mazza da baseball presa dal bagagliaio di una macchina". Il pestaggio è così violento che sul pavimento del cortile interno del condominio rimangono grosse chiazze di sangue e, sulle pareti, le impronte lasciate dalle mani della vittima nel disperato tentativo di rialzarsi. "L'ho riconosciuto, era lui: il poliziotto mio vicino di casa. Mirava alla testa, era a volto scoperto e aveva l'intenzione di uccidermi, altrimenti non si sarebbe mostrato in viso. L'unico suo errore è stato quello di non sentirmi la giugulare per capire se respiravo ancora".

Claudia è a terra, tramortita, ma respira e dopo qualche minuto riesce a rialzarsi e a chiamare i soccorsi. "Non so dove ho trovato la forza", ci racconta. Comincia, o meglio continua, il calvario: entra in codice rosso all'ospedale Sant'Eugenio di Roma, passa alcuni giorni in prognosi riservata, poi diversi ricoveri ospedalieri e una lunga riabilitazione per recuperare correttamente tutte le funzioni per una vita normale. "Avevo fratture al cranio, quattro costole rotte, uno pneumotorace e un ematoma al braccio destro dovuto al fatto che da terra, rannicchiata, cercavo in qualche modo di proteggere la testa dai colpi di mazza".

Claudia Ursini denunciò su Today quelle che secondo lei sono state alcune "anomalie di indagini e processo" e parlò di paura a proposito del contesto in cui a suo dire era nata l'aggressione, riconducibile a dissidi di vicinato. "Dalle trascrizioni delle udienze emergono particolari sconcertanti - ci raccontò la donna - Le indagini sono state a dir poco superficiali. Gli agenti di polizia, subito intervenuti sul luogo del tentato omicidio, sono andati a prendere un caffè con il collega. Non ne hanno subito ispezionato la casa o la macchina, dando eventualmente tempo a lui o a suoi sodali di far sparire arma del delitto e prove, lavare la biancheria sporca di sangue e così via".

"Ma cosa deve fare un uomo a una donna perché sia tentato omicidio? Non bastano i colpi di mazza da baseball? - si chiedeva amareggiata la vittima - Si cerca in tutti i modi di farmi passare per una pazza, con il sottotesto nemmeno tanto nascosto che, tutto sommato, me la sono cercata. Oppure che abbia inventato tutto. Ma i colpi di mazza da baseball sulla testa me li sarei dati da sola? Le cicatrici sono ancora ben visibili sul mio corpo e sulla testa. La perdita dell’olfatto e la paura che ora mi attanaglia tutte le volte che esco di casa sono frutto della mia fantasia?".

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