Non solo i ristoranti in centro: le mani del clan Moccia anche sull'usura. Tra le vittime il figlio di Gigi D'Alessio

Sigilli a varie attività tra il Pantheon, via dei Coronari, Trastevere, Fontana di Trevi, Castel San'Angelo, Quirinale e piazza Navona

Soldi di provenienza illecita reinvestiti in beni immobiliari e, soprattutto, nei ristoranti della Roma bene tra Castel Sant'Angelo, Quirinale e Piazza Navona. E' così che il clan Moccia di Afragola, con gli esponenti di spicco Angelo e Luigi, ripuliva il denaro nella Capitale, come emerso dall'operazione eseguita dai carabinieri all'alba di martedì 29 settembre.

La storica organizzazione camorristica tuttora attiva nei comuni della provincia di Napoli, non è operante solamente in Campania. Dal 2016, dopo la sua scarcerazione, Angelo Moccia riunì ai propri familiari a Roma, trasferendosi ai Parioli. 

E così, pochi mesi dopo l'arrivo nella Città Eterna, i carabinieri hanno iniziato a indagare sul clan scoprendo una serie di affari loschi: dai locali gestiti da prestanome, all'estorsioni con metodo mafioso. Un giro imponente che ha portato i Moccia a gestire un capitale da quattro milioni di euro.

"I ristoranti di Roma sono tutti i loro"

Porto sicuro per ripulire il denaro sporco sono stati, secondo gli inquirenti, i ristoranti di Roma. "Sono tutti loro! Tutti! Non riconducibili". "Lo sai chi è Angelo? Ha un esercito a disposizione". Sono due delle intercettazioni chiave, secondo le indagini dai pm Giovanni Musarò e Maria Teresa Gerace, che raccontano la dimensione dei Moccia percepita dagli imprenditori romani. 

"Tu lo sai chi è Angelo Moccia? Qua l'hai conosciuto! No? Vedi che c'hanno un'organizzazione  che perspaventarmi io che l'ho conosciuto ultimamente, ti dico spaventosa! Spaventosa! Non ti dico quanto! Capisci a me. Stanno nei Tribunali. I ristoranti di Roma sono tutti loro! Tutti! Non riconducibili!", dice in una intercettazione telefonica uno degli indagati che parla con un conoscente dei ristoranti e dei locali nella disponibilità del clan.

"Camorra in Centro dagli anni '80. Cosche si sono spartite territorio"

Estorsione agli imprenditori che avevano ottenuto locali dal Tribunale di Roma

Locali in zone prestigiose, acquisiti anche grazie escamotage e in maniera illecità. Secondo le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo e del Reparto operativo di Roma, attraverso F.V., anche lui arrestato insieme ad altre 12 persone, i Moccia erano riusciti a riprendersi dal Tribunale di Roma anche cinque dei 14 ristoranti sequestrati in un primo momento "per motivi fiscali".

Locali poi finiti in gestione ad una Cooperativa dal quale i Moccia hanno preteso il pagamento "a rate" di 300.000 euro per continuarne la gestione senza avere problemi. Una richiesta estrorsiva emblematica, secondo gli inquirenti, della "pervicacia del clan".

"Questi ti ammazzano. Hanno un esercito a disposizione"

E sulla caratura criminale del gruppo non ci sono dubbi. In molti, per altro, ne sono certi. "Eh... ti dico solo una cosa, tu lo sai che Angelo Moccia? C'ha un esercito a disposizione? Quelli c'hanno veramente un esercito", si legge in un'altra intercettazione nell'ordinanza del Gip Rosalba Liso.

E ancora: "Ti ammazzano, dicono 'oh, ti dò comunque la possibilità di guadagnare cinque milioni di euro l'anno'. I quattro locali che adesso abbiamo preso fruttano cinque anni a cinque milioni di euro l'anno! Quest'ultimo anno quattro, perché con il Tribunale fatturi lordi", però "dietro c'è Angelo Moccia, non so se tu hai mai visto chi è su internet".

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Prestiti al figlio di Gigi D'Alessio e all'allora presidente del Mantova De Sanctis

Non solo ristorazione. I Moccia prestavano anche soldi. Tra coloro che hanno chiesto denaro al clan anche Claudio D'Alessio, figlio di Gigi che è costata anche l'accusa di "esercizio abusiva del credito". Insieme a lui, anche altre due vittime. 

Il filgio di Gigi D'Alessio, secondo gli inquirenti, risulta debitore di 30.000 euro nei confronti dei Moccia. Il suo nome e la sua posizione, spuntano in una telefonata intercettata con un suo amico, Marco Claudio De Sanctis, all'epoca amministratore del Mantova Calcio (club in concordato preventivo) che, anche lui, si era rivolto direttamente ai Moccia.

Entrambi si lamentano delle "continue richieste dei Moccia, che non gli davano respiro". "Se tu non blocchi un attimo la situazione e dai il tempo di respirare e di organizzarsi, qui non si andrà mai da nessuna parte, e quindi dico… cioè, non è che uno va a rubare la mattina che all'improvviso io ti posso chiudere", spiega D'Alessio.

"Serve un attimo di respiro fammi lavorare, fammi fare e poi si stabilisce un piano di rientro". Secondo il Gip, Gennaro e Angelo Moccia hanno "svolto in maniera continuativa e professionale l'attività di esercizio del credito". Il gip Rosalba Liso ha risposto il sequestro di beni per 4 milioni di euro alla famiglia Moccia. 

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