Lunedì, 21 Giugno 2021
Cronaca

Ciao Antonello, grazie per la città raccontata con parole radicate nella sua vita

L'omaggio ad Antonello Sotgia domenica alle 11.00 al Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti, San Lorenzo

Antonello Sotgia - foto di Dario Fatello

Antonello ci ha dato le parole per dirlo, questo il titolo del blog che scriveva su Roma Today. Ci ha insegnato le parole per guardare, comprendere e raccontare la città. Ci ha insegnato che “la vera sfida della città non è con i suoi edifici; ma nel porre, con il godimento degli elementi naturali (il vento, il sole, la luce), le condizioni per tutti di tirare giù il cielo sulla terra”.

Le parole di Antonello erano quel punto di connessione. Ci ha raccontato Roma con parole radicate nella vita, che nascevano attraversando la città, appuntate in un quaderno, accanto agli acquarelli colorati di scorci e volti. Per descrivere un luogo Antonello nominava chi lo abitava, uno ad uno, come quando mi regalò un grande disegno dal titolo “San Lorenzo per me è...”, sulla mappa aveva scritto i nomi di tutti, e qualcuno che gli stava antipatico l’aveva anche barrato, ma c’era. Camminava e fotografava le fratture della città dove l’architettura si inceppa, si meravigliava e rideva, si indignava, si incazzava tantissimo, cogliendo mille dettagli, la mancanza di senso, l’ingiustizia della città, e la sua bellezza, nelle cose grandi e piccole. Dal suo sguardo onesto e puntuale è nato un libro, recentemente, scritto insieme a Rossella Marchini, “Roma, alla conquista del West. Dalla fornace al mattone finanziario” una indagine sul nostro abitare.

Ci ha raccontato che la città è come il giardino “dove il bambino prende le misure del mondo”, ma che gli architetti insistono ad arredare con elementi di legno e plastica che non sono del giardino. “Ma il giardino sta nei giochi dei bambini”, scriveva, allora perché “non offrire piccole asperità rappresentate da un semplice movimento di terra, sentieri misteriosi intervallando spazi liberi e piantumazioni di bamboo, lo scorrere di un magico fiume mostrando la rete di irrigazione, la caccia alle ombre con cui costruire straordinari disegni piantando siepi ed alberi in modo non casuale?“

Ci raccontava delle infinite possibilità di inventare la città. Non a partire dalle mappe ma dal nostro abitarla. Punto di riferimento costante per le lotte in difesa della città pubblica, le parole di Antonello continuamente sottraevano lo spazio del nostro abitare alla minaccia del vuoto, quello delle troppe case vuote rispetto a chi ne ha bisogno, quello della visione economicista al governo della città, quello del deserto delle politiche pubbliche. 

“Inseguiamo l’urbanistica” scriveva Antonello, “Come se questa potesse offrirci ancora qualche possibile soluzione. Ci buttiamo sulle mappe, incuranti del fatto che, come in Moby Dick, queste “mentano sempre”. Alle carte l’urbanistica affianca parole e ancora carte: delibere, piani, manovre, consigli comunali, accordi, negoziazioni. Non è forse menzogna il nascondere che, dietro tutti questi atti, coperte da quei segni colorati, ci sono le case? Che non tutte ad esempio, per il loro posizionamento, sono toccate dal sole e dalla luce. Che quello che è tutto piatto nella carta, in realtà, ha una diversa altimetria. Che lì, su quei fogli, la strada volante che taglia San Lorenzo e la Prenestina soffocandoci appare, invece, disegnata come un largo boulevard. Che dietro ogni linea ci sono le singole stanze. Che in quelle stanze viviamo.”

A San Lorenzo, quartiere di Roma che amava come Ostia dove è cresciuto, Antonello conosceva bene le case. Amava quelle costruite per gli operai in Via dei Campani perché erano collegate tra di loro da un lungo cortile interno. Le botteghe erano al piano strada, ma non vi si poteva accedere dal cortile, bisognava uscire dal portone e arrivarci dalla strada: gli abitanti erano costretti a entrare in relazione con la città. La città non era un interstizio tra una casa e l’altra, ma spazio pubblico vissuto. 

A San Lorenzo Antonello ha dedicato tempo e competenze preziose, elaborando con i cittadini del quartiere un piano di assetto urbanistico presentato all’Assessorato, perché decidessero gli abitanti del loro territorio, difendendo le esperienze di autogestione contro i progetti piovuti dall’alto a favorire speculazioni e mafie. San Lorenzo, come Roma, gli devono molto. Mille altri sono i progetti a cui ha contribuito e a cui abbiamo lavorato insieme. Ci siamo ripresi le parole, e siamo diventati competenti, esigenti, esperti e partigiani. 

Con Rossella Marchini progettò un piccolo centro civico a Milano. Era pensato come un albero, un libro, un diario: “Destinato come è a custodire per tutta la città, l’abitare dei propri abitanti che si svolge attraverso le funzioni da cui è attraversato. Il ritrovarsi, il riconoscersi uguali, lo scambiarsi competenze, la solidarietà sono le parole-pietra che fanno della città la costruzione collettiva per eccellenza. Il luogo privilegiato della città. Qui le parole dell’abitare non sono trascritte su carta, animano lo spazio fisico. Lo definiscono quando, prima ancora di dare risposte, riescono ad ascoltare le domande di tutti...” 

La presentazione del progetto iniziava così: ”Un libro importante che come tutti i libri importanti non ha la pagina dove è stampata la parola ‘fine’. Uno di quei libri che fa continuare, sempre, nella testa di chi legge a narrare e narrarsi il mondo”. Questo per noi è Antonello, un narrare senza fine un mondo più giusto, per costruirlo con le parole-pietra che ci ha insegnato per dirlo. 

Lo ricorderemo insieme domenica alle 11.00 al Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti, San Lorenzo. 

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