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L'auto di Bernardino Budroni con i segni dei proiettili

L'auto di Bernardino Budroni con i segni dei proiettili

Il caso Budroni in parlamento: "Assolto il poliziotto e condannato il morto. Intervenga il ministero"

La morte del 40enne di Fontenuova, ucciso con un colpo di pistola sparato da un agente la notte del 30 luglio 2011, oggetto di un'interrogazione alla Camera

Il caso Budroni finisce in parlamento. Con un'interrogazione alla Camera il deputato Tancredi Turco, gruppo Misto, si rivolge al ministero della Giustizia, invocando accertamenti degli ispettori nelle sedi giudiziarie competenti, perché sulla morte del 40enne romano si faccia una volta per tutte chiarezza. 

Entrata a pieno titolo tra i casi italiani più noti di "malapolizia", l'uccisione di Bernardino Budroni, colpito a morte da un proiettile esploso sul Raccordo da un poliziotto, aspetta in tribunale la sua verità. L'agente che ha sparato, all'alba del 30 luglio 2011, è stato assolto in primo grado dall'accusa di omicidio colposo. Ora la famiglia conta i giorni che mancano all'udienza d'appello, fissata per il 4 Aprile. 

Due le versioni contrapposte nel braccio di ferro giuridico. Per il magistrato che ha emesso la sentenza il poliziotto sotto accusa avrebbe fatto uso legittimo della pistola (art.53 del codice penale) per frenare la corsa in auto di Budroni. Una fuga partita da casa della ex a Cinecittà, dove le forze dell'ordine intervennero chiamate dalla donna che accusava il 40enne di stalking. Pm e legale di parte civile invece sostengono l'assenza della scriminante, perché, si legge nel testo dell'interrogazione, "il momento nel quale sono stati esplosi i colpi [...] non vi era più alcuna necessità di vincere la resistenza dell'inseguito in quanto il suo veicolo si trovava già pressoché fermo, e senza possibilità di riprendere la fuga". La macchina del presunto stalker, che scappava sul Raccordo, era già immobile e chiusa da una gazzella dei Carabinieri. 

Questa è la tesi sostenuta dal legale Fabio Anselmo, lo stesso che dei casi Cucchi e Aldovrandi, e supportata, spiega Turco, "dalle risultanze della perizia richiesta dal pubblico ministero, la quale riconosce che l'impatto contro il guard-rail della vettura di Budroni a velocità non minime avrebbe provocato danni alla carrozzeria ben diversi dal graffio che invece è stato registrato". Con la perizia si rafforza la ricostruzione che vuole la Focus di Budroni procedere a velocità residua al momento del primo colpo, ferma e già accostata al guard rail, al momento del secondo. Nessuna resistenza da vincere dunque. 

A ciò si aggiungono le questioni di competenza. "La difesa della famiglia Budroni rileva che nell'imputazione era presente l'articolo 575 del codice penale che punisce l'omicidio, reato per il quale la competenza a decidere andrebbe attribuita alla corte d'assise e non al giudice monocratico qual è quello che ha giudicato i fatti in primo grado". E le condanne in contumacia. 

LA SENTENZA DA MORTO - Nel 2010 la magistratura avviò un'indagine per rapina nei confronti di Budroni, accusato di aver rubato la borsa alla sua ex-compagna per costringerla a tornare a casa. L'oggetto è poi stato effettivamente ritrovato in casa dell'uomo, insieme a una carabina ad aria compressa con dei piombini, e a una balestra. 
 
L'8 luglio 2013 Budroni viene condannato dal tribunale di Roma a due anni e un mese di reclusione per rapina e detenzione illegale di armi. Parallelamente il tribunale di Tivoli notifica alla famiglia un decreto di condanna al pagamento di una pena pecuniaria di 150 euro per gli stessi fatti riportati in sentenza. Ma nel frattempo l'imputato è stato ucciso. 

"Il procedimento - si legge sull'interrogazione - svoltosi in aula con rito ordinario, sebbene l'imputato fosse contumace, risulta radicalmente viziato a causa dell'intervenuto decesso, medio tempore, dell'imputato stesso, poiché a norma dell'articolo 69 del codice penale si sarebbe dovuto estinguere il procedimento con sentenza di non luogo procedere ex articolo 129 codice di procedura penale; ai sensi dell'articolo 150 codice penale, la morte dell'imputato è, infatti, causa di estinzione del reato". 

"Ci si augura che la magistratura possa fare chiarezza su questa vicenda - conclude il deputato - poiché appare densa di aspetti che meritano un approfondimento maggiore, stanti anche i numerosi dubbi sollevati riguardo alle valutazioni che sono state rese e che hanno determinato la situazione paradossale nella quale una persona ormai deceduta, ed in codeste circostanze, possa essere condannata dallo stesso tribunale, e dallo stesso giudice persona fisica dottor Polella che ha processato per omicidio colposo l'agente che gli ha sparato causandone la morte". E al ministro Orlando si chiede "se ritenga opportuno valutare la sussistenza dei presupposti per inviare gli ispettori ministeriali presso il tribunale di Roma ai fini dell'esercizio dei poteri di competenza". 

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