Cronaca Via in Selci

Narcotraffico: distrutte 2,2 tonnellate di cocaina per un valore di 500 mln

E' uno dei sequestri più grossi operati in Europa. Il 9 novembre i carabinieri hanno sequestrato 2,2 tonnellate di droga e arrestato 30 persone. Ora la droga è stata distrutta in un impianto di smaltimento

E' stato uno dei sequestri più grossi mai operati in Europa negli ultimi 20 anni. Lo scorso 9 novembre, nel corso dell'operazione "Meta 2010" i carabinieri hanno sequestrato 2,2 tonnellate di cocaina e arrestato 30 persone indagate per associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Ora, le forze dell'ordine hanno distrutto la cocaina presso il termovalorizzatore per rifiuti speciali ospedalieri di Roma, Ponte Malnome dell’Ama. Se la cocaina fosse stata immessa sul mercato, l'operazione avrebbe avuto un valore di 500 milioni di euro.

LO SMALTIMENTO DELLA COCAINA - Dopo il sequestro, la sostanza stupefacente era stata custodita presso la caserma dell’Arma di via in Selci. Da li la droga è stata trasportata alla periferia di Roma, ove è stato distrutto nell'impianto dell’Ama come disposto con decreto dall’autorità giudiziaria. Sotto lo sguardo dei Carabinieri che avevano messo in sicurezza l’area di svolgimento delle attività, la cocaina è stata caricata su un mezzo furgonato e trasportata al termovalorizzatore scortata dai Carabinieri. Giunti presso l’impianto di smaltimento, e dopo aver messo l’area in sicurezza con una attenta e costante vigilanza armata, si è passati alla fase finale delle operazioni di smaltimento dello stupefacente, effettuata direttamente dai Carabinieri che, pacco dopo pacco, hanno distrutto la cocaina.

L’INDAGINE - L’indagine, conclusasi il 9 novembre del 2011 con l’arresto di 30 persone, denominata “Meta 2010”, era stata avviata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma a settembre 2010 ed ha permesso di scoprire la struttura di una ramificata organizzazione criminale operante in più località italiane e all’estero, in grado di approvvigionarsi di ingenti quantitativi di cocaina direttamente dai cartelli colombiani produttori del narcotico e di importarli in Italia nascondendoli, con varie metodiche, all’interno di carichi di merce legale trasportata via nave o via aereo. La rilevanza del traffico di stupefacenti gestito dal sodalizio criminale emerge dai maxi sequestri effettuati dagli investigatori, di carichi di narcotico che stavano per essere immessi sul mercato italiano e europeo: 400 kg di cocaina, sequestrati il 13 settembre 2010 dalla Polizia Colombiana a Bogotà, che avrebbero dovuto essere importati in Italia tramite un cargo aereo; 1.000 kg di cocaina purissima, sequestrati il 12 novembre 2010 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Roma nel porto di Gioia Tauro (RC), rinvenuti all’interno dei telai di carrelli agricoli contenuti in un container scaricato da una nave cargo proveniente dal Brasile; 1.200 kg di cocaina purissima, sequestrati in data 8 aprile 2011 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Roma nel porto di Livorno, rinvenuti all’interno di un container contenente scatolame di prodotti alimentari (lattine di “palmito”), scaricato da una nave cargo proveniente dal Cile.

L'ORGANIZZAZIONE CRIMINALE - Il sodalizio criminale oggetto di indagine è risultato composto da un nucleo centrale di personaggi di origine calabrese riconducibili all’alveo criminale della ‘ndrangheta i quali facevano capo al noto narcotrafficante calabrese Vincenzo Barbieri, classe 1956, fino al suo assassinio, avvenuto a San Calogero (Vibo Valentia), ad opera di due killer che gli hanno esploso contro 24 colpi di arma da fuoco. Barbieri era stato indagato in passato dalla DDA di Catanzaro per partecipazione ad associazione mafiosa, perché affiliato al clan “Mancuso” di Limbadi (Vibo Valentia), nonché per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Dalle investigazioni dei Carabinieri di Roma è emerso che Barbieri, benché sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Bologna, continuava a reggere le fila dell’organizzazione criminale investigata, ricevendo i propri accoliti in un albergo della città felsinea, oppure incontrandoli durante le poche trasferte in Calabria, autorizzate dall’Autorità giudiziaria per assistere ai procedimenti penali a suo carico.
 

I CONTATTI CON LA COLOMBIA - Barbieri e i suoi uomini operavano tramite un affiliato dell’organizzazione, anch’egli calabrese, appositamente stabilitosi in Colombia, il quale era in grado di trattare la fornitura dei carichi di cocaina con la Bacrim colombiana (“Bandas Criminales Emergentes al Servicio del Narcotrafico”) a cui viene attribuito l’invio di tonnellate di cocaina negli Usa e in Europa. Il sodalizio investigato godeva di particolare credito presso questa organizzazione criminale colombiana, tanto da riuscire a ottenere più forniture di narcotico nonostante i numerosi sequestri subiti. Al fine di realizzare le grosse importazioni di droga, il gruppo di calabresi capeggiati da Barbieri si era associato ad alcuni personaggi di origine pugliese esperti di import – export, i quali avevano il compito di gestire le imprese commerciali da utilizzare per l’importazione dal Sudamerica dei carichi di merce legale al cui interno, con varie metodiche, veniva nascosta la cocaina.

LA DROGA IMPORTATA DALLA COLOMBIA - Nel corso dell’indagine è stato riscontrato come il sodalizio fosse in grado di ricorrere a vari metodi di occultamento della droga, disponendo evidentemente di collaudati appoggi logistico-operativi in vari paesi sudamericani come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e il Cile. In particolare, la cocaina è stata occultata all’interno di: telai in metallo di carrelli agricoli;  lattine per alimenti confezionate in maniera del tutto identica ad un prodotto (“palmito”) commercializzato da una ditta boliviana;  confezioni di prodotti di artigianato colombiano (bambole in legno); materiale di imballaggio di pannelli e parquet in legno.

In Italia il gruppo criminale oggetto di indagine operava in più località e, in particolare, nelle provincie di Vibo Valentia, Bari e Bologna, nonché in Lombardia ove, si ritiene, fosse destinata una buona parte della droga sequestrata a Gioia Tauro e Livorno. Parte dei carichi di stupefacente sequestrati al sodalizio era invece destinato al Nord Europa.
L’indagine, condotta dalla terza Sezione del Nucleo Investigativo di Roma, è stata sviluppata anche grazie a una attività di cooperazione internazionale avviata tramite la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga italiana (D.C.S.A.), con il S.O.C.A. britannico (“Serious Organized Crime Agency”) ed il D.A.S. (“Departamento Administrativo de Securidad”) colombiano. Presso i porti di Gioia Tauro e Livorno l’Agenzia delle Dogane – Servizio Antifrodi doganali ha fornito un considerevole supporto e collaborazione ai Carabinieri per operare il sequestro delle 2,2 tonnellate di cocaina.

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