Ucciso sul Raccordo, Budroni condannato da morto: la Corte annulla la sentenza

La sorella: "Un passo avanti, ma la sentenza ha rovinato la sua immagine". Mentre è pendente il processo d'appello al poliziotto che lo ferì a morte il 30 luglio 2011

La campagna della sorella Claudia. A destra Ilaria Cucchi

Sentenza annullata. La Corte d'appello ha stracciato il verdetto di primo grado che condannava in contumacia Bernardino Budroni. L'uomo fu ucciso da un poliziotto il 30 luglio 2011 dopo un inseguimento sul Grande Raccordo Anulare. Scappava dalla volante allertata dall'ex compagna che lo accusava di stalking. Un anno dopo, in parallelo al procedimento penale avviato per chiarire le responsabilità del decesso, per lui fu stabilita una pena a due anni di carcere e 600 euro di sanzione per aver sottratto la borsetta della stessa ex durante un litigio avvenuto tempo prima, e per detenzione abusiva di una vecchia carabina. Ma non si era potuto difendere. Era morto.

Una beffa di poco conto se paragonata al dolore della famiglia per la perdita di Dino, così lo chiamavano parenti e amici, e alla lotta incessante per ricostruire la verità di quegli attimi. Ma anche un giudizio espresso su di lui che per la famiglia può aver influenzato il dibattito pubblico intorno al caso. "Ora mio fratello non è più un pregiudicato" commenta la sorella Claudia lo scorso 20 aprile, giorno dell'appello che ha cancellato il primo grado. "E' un passo in avanti verso la verità". Soddisfatta sì, ma non dimentica. "Questa sentenza ha danneggiato la sua immagine e quella della nostra famiglia favorendo l'esito dell'odierno processo e i responsabili della sua morte". E insiste ancora su quella che ha sempre definito "una strana coincidenza": "E' assurdo che il giudice che lo condannò è lo stesso ha assolto Paone in primo grado".

IL PROCESSO ALLE FORZE DELL'ORDINE - Michele Paone, il poliziotto che all'alba del 30 luglio 2011 sparò e uccise Dino è stato assolto in primo grado il 15 luglio 2014. Un episodio di uso legittimo delle armi secondo quanto riportato nelle motivazioni della sentenza. Per il magistrato il poliziotto avrebbe sparato per interrompere una "grave e prolungata resistenza" dopo la corsa da Cinecittà, dove partì la chiamata dell'allora fidanzata. Opposta la versione sostenuta da Procura e parte civile: non c'era alcun bisogno di fermare l'auto facendo ricorso alla pistola, perchè l'auto, di fatto, si era già fermata. 

A conferma della tesi le registrazioni delle conversazioni tra un carabiniere, che insieme ai poliziotti ha partecipato all'inseguimento e il centralino del 112. In quale circostanza sono avvenuti gli spari? A esplicita richiesta il carabiniere risponde: "Nel momento in cui ci fermavamo". Poi: "L'abbiamo stretto e lui ha sbattuto sul guardrail e quindi non poteva andare da nessuna parte". E ancora, in un'altra registrazione, il brigadiere spiega: "Nel momento in cui lo stavamo fermando.. proprio nel momento in cui lo abbiamo stretto, lo stavamo fermando, io ho sentito due botte e ho detto avranno sparato in aria".

VERSO L'APPELLO - A maggio è prevista la prima udienza del processo di appello. Un'altra tappa della lunga battaglia intrapresa dalla famiglia per "rendere giustizia a Dino". "E' morto per un colpo sparato ad altezza uomo e con una traiettoria diretta che ha trapassato i polmoni ed è arrivato al cuore" ha più volte spiegato l'avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile, avvocato dei casi Cucchi e Aldrovandi. Per la famiglia Budroni si tratta di "dimostrare l'insussistenza dei presupposti su cui si basa l'assoluzione". Uno in particolare: la velocità delle auto al momento degli spari. Per Anselmo è chiaro che "l'auto di Dino era ferma con il freno a mano tirato e la prima marcia inserita". E la sorella Claudia lo ribadisce: "Andremo fino in fondo". 

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