Dalla 'ndrangheta all'eterno ritorno della Banda della Magliana: le mani delle mafie su Roma

Stupefacenti e gioco d'azzardo sono alcuni settori dove è segnalato "il rinnovato interesse" da parte di ex militanti della Banda. Presenze di 'ndrine a Spinaceto e Tor de' Cenci. A riferirlo la relazione della Dia consegnata al Parlamento

La relazione della Dia consegnata al Parlamento

Stupefacenti, sale scommesse, gioco d’azzardo, investimenti immobiliari. Ecco i settori in cui è stato pescato “un rinnovato interesse” da parte di ex militanti della Banda della Magliana. Questo è quanto riportato nella relazione della Direzione investigativa Antimafia (Dia) consegnata al Parlamento e relativa al secondo semestre del 2016. Tra le altre cose, è stato sottolineato che il Lazio e la Capitale rappresentano una “forte attrattiva per soggetti appartenenti o contigui” alla criminalità organizzata. A Spinaceto e Tor de’ Cenci, per esempio, è stata segnalata la presenza delle ‘ndrine crotonesi e reggine. Tracce di camorra, invece, nella zona sud-est della Capitale.

“Formazioni criminali strutturate”

Andando a spulciare aspetti indicativi emersi nel documento, si è parlato di  forme di criminalità "organizzata e comune, dedite al narcotraffico, ma anche alle estorsioni, all’usura, alle truffe e al gioco illegale". Il territorio romano “nel settore degli stupefacenti” vede l’azione di “formazioni criminali strutturate”, che hanno delle ramificazioni sia nello Stivale che fuori dai confini nazionali “prive di particolari vincoli di affiliazione ma comunque in grado di garantire consistenti importazioni di droga in favore di altri gruppi, anche di stampo mafioso”. La Dia ha puntualizzato che “si conferma l’operatività del clan Casamonica”, la cui componente principale - estrazione Romanì (sinti e rom stanziali) approdata nell’Urbe tra gli anni Sessanta e Settanta dall’Abruzzo – si è pian piano imparentata con altre famiglie, come gli Spada, i De Rosa, gli Spinelli. Poi, come detto sopra, ci sarebbero gli ex militanti della Magliana, che graviterebbero negli ambiti dove storicamente ha messo il proprio ‘certificato’ la Banda. Per la cronaca, la Dia in una nota ha ricordato l’indagine denominata Easy Judgement': il 20 luglio 2016 la Guardia di Finanza di Roma "ha arrestato un noto imprenditore romano, accusato di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti nonché di corruzione in atti giudiziari. Nel medesimo contesto sono state indagate altre dieci persone, tra le quali un noto immobiliarista romano e il suo socio, quest’ultimo imparentato con un noto componente della Banda della Magliana".

La Capitale come attrattiva per la criminalità organizzata

Secondo il rapporto della Dia, il Lazio ma soprattutto la Città Eterna hanno una “forte attrattiva per soggetti appartenenti o contigui alla criminalità organizzata”. Anche perché la Capitale è il punto dove convergono la vita politica, amministrativa ed economica del Paese. La criminalità organizzata di origine siciliana, per esempio, avrebbe come modus operandi consolidato quello basato “su una silente integrazione anche con la criminalità autoctona”. Gli obiettivi? Il traffico di stupefacenti oltre al riciclaggio e reimpiego di capitali. È presente nella regione attraverso famiglie che oramai da tempo sono stanziate nel territorio. Oggi sono in campo elementi che appartengono alle nuove generazioni “portatrici di un imprinting mafioso stemperato dalle mire imprenditoriali ma, non per questo meno pericoloso”. Nel novembre scorso sono finite in manette sei persone - cinque di origine catanese - ritenute vicine alla famiglia dei Mazzei-Carcagnusi, ritenute responsabili a vario titolo di estorsione, con l’aggravante del metodo mafioso, ai danni del proprietario di una concessionaria di auto a noleggio. Tra i destinatari del provvedimento anche un latitante, trovato con documenti falsi, che aveva trovato rifugio in un Comune dell’hinterland romano. 

Le cosche della ‘ndrangheta

Non mancano nemmeno i segnali delle cosche della ‘ndrangheta: in alcuni casi, peraltro, sono state evidenziate alleanze con appartenenti alla criminalità locale. L’operazione Old cunning ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare verso 16 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, “di associazione per delinquere finalizzata all’usura, riciclaggio ed estorsione”. A essere colpito dal provvedimento anche un ex componente della banda della Magliana “che tirava le fila del sodalizio dedito all’usura”. Il documento della Direzione investigativa Antimafia, peraltro, ha segnalato l’operatività della ‘ndrina Fiaré di San Gregorio di Ippona (Vibo Valentia) - legata al clan Mancuso - “presente in varie zone del centro e attiva nell’acquisizione e gestione di attività commerciali ed imprenditoriali utilizzate per operazioni di riciclaggio”. Ma anche il clan reggino Alvaro-Palamara risulterebbe inserito “nei settori della ristorazione e delle acquisizioni immobiliari. Il gruppo si è particolarmente distinto, negli anni, per la capacità di infiltrarsi in settori commerciali nelle zone di maggior pregio della Capitale”

‘Ndrine nell’area di Spinaceto e Tor de’ Cenci

Nell’area di Spinaceto e Tor de’ Cenci, secondo quanto si legge dalla relazione, sarebbero state segnalate presenze delle ‘ndrine crotonesi Arena e reggine Bellocco, Piromalli e Molè, nonché Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) “attive nel traffico di stupefacenti e nel riciclaggio”. Affiliati alle ‘ndrine reggine Pelle, Pizzata e Strangio nonché al clan Muto di Cetraro (Cosenza) sarebbero, invece, specializzati “nell’usura, nelle estorsioni, nelle rapine, nel traffico di stupefacenti ed armi, in ciò supportati da pregiudicati romani”. Tra le altre cose, un accento è stato posto sull’operatività dell’articolazione territoriale di ‘ndrangheta denominata locale di Laureana di Borrello, composta dalle famiglie Ferrentino-Chindamo e Lamari e della ‘ndrina Piromalli di Gioia Tauro (Reggio Calabria) “quest’ultima con interessi nel comparto agroalimentare del basso Lazio”. Per quanto riguarda Anzio e Nettuno, “permangono” gli interessi delle cosche di Guardavalle (Catanzaro) che avrebbero stabilito rapporti con esponenti delle famiglie Romagnoli-Cugini di Roma e Andreacchio di Nettuno, “gruppi dediti al traffico di stupefacenti”

I clan camorristici

La vicinanza geografica tra Campania e Lazio (“utilizzato anche come luogo di latitanza"), più i collegamenti diretti con la Capitale, “fanno della regione uno sbocco strategico per i clan camorristici”. A luglio, a Roma, è finito in manette un esponente di spicco del clan Bidognetti, già referente “del sodalizio su Villa Literno”, in esecuzione di sentenza di condanna della Corte d’Assise d’Appello di Napoli “per tentato omicidio”. Il successivo mese di settembre, a Pomezia, sono stati arrestati due pregiudicati, ritenuti “affiliati al clan Polverino", entrambi latitanti dal 2011, sfuggiti all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Napoli “per associazione di tipo mafioso, estorsione, associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti”. Tra le altre cose, risulterebbe confermata “da recenti evidenze giudiziarie” la proiezione del clan Mallardo fuori dal territorio campano, “finalizzata innanzitutto al reinvestimento di denaro nella Capitale”. La famiglia Pagnozzi, che gravita tra Benevento e Caserta, si sarebbe invece radicata nella zona sud-est della Capitale. L’operatività, con fatti giudiziari "del recente passato", risulterebbe accertata nel quartiere Tuscolano, nelle piazze di Centocelle, Borghesiana, Pigneto e Torpignattara, con riferimento allo spaccio di stupefacenti e al gioco illecito.

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