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Domenica, 23 Gennaio 2022
Cronaca Tor Cervara / Via di Ponte Mammolo

La storia di Anka, dai figli morti in Bulgaria al tentato rapimento di Ponte Mammolo

L'avvocato Andrea Volpini, racconta la storia della 25enne protagonista del tentato rapimento sotto la metropolitana. "Valutiamo la richiesta di perizia psichiatrica"

Ha ammesso di aver afferrato il neonato mentre la madre gli stava cambiando il pannolino ma solamente perchè voleva tenerlo in braccio. Queste le dichiarazioni davanti al giudice di Anka Georgieva Serafinova, la 25enne bulgara fermata dai carabinieri sotto la metropolitana Ponte Mammolo lo scorso 11 novembre con l'accusa di "Tentato sequestro".

CONVALIDA ARRESTO - Convalidata l'ordinanza di custodia cautelare la giovane senza fissa dimora è da allora in carcere in isolamento a Rebibbia in attesa del primo grado di giudizio che si terrà il prossimo 10 dicembre 2013 nelle aule del Tribunale di Roma di piazzale Clodio.

PERIZIA PSICHIATRICA - Il Difensore d'ufficio della donna bulgara è l'avvocato Andrea Volpini che intervistato da Roma Today sulla situazione della sua assistita spiega: "Stiamo valutando gli atti - le parole dell'avvocato -. Alla luce delle dichiarazioni della mia assistita ed in base alla testimonianze raccolte dagli operatori che si trovavano sotto la stazione Ponte Mammolo al momento del fatto siamo pronti a chiedere una perizia psichiatrica per Anka Georgieva Serafinova".

STATO CONFUSIONALE - L'avvocato Andrea Volpini descrive quanto accaduto quel giorno sotto la fermata della linea B della metropolitana di Roma. "La donna, che è una senza fissa dimora di un campo nomadi nel napoletano, ha bisogno di aiuto. Ha dichiarato di avere già perso tre bambini in un incendio scoppiato in Bulgaria e di essere stata lasciata di recente dal compagno". "Tutto questo ci fa propendere a pensare che dietro questo gesto ci siano problemi di ben altra natura".

AIUTO CONCRETO - La 25enne Anka Georgieva Serafinova davanti al giudice ha ammesso di aver toccato il neonato di 8 mesi ma senza scappare, "Mi sono avvicinata ed ho detto è il mio bambino". "Ritengo - conclude l'avvocato Volpini - che la donna abbia bisogno di un'aiuto concreto, non giustifico l'atto criminoso in se stesso, semmai cerchiamo di avere un quadro effettivo di quanto accaduto".

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