Ucciso da un clochard, un mandorlo per Carlo Macro. La mamma: "Sant'Egidio responsabile morale"

Alla piantumazione dell'albero, in piazza San Pietro in Vincoli hanno partecipato il sindaco Marino, la presidente del I municipio, Sabrina Alfonsi, la famiglia della vittima, amici e conoscenti

Un albero per Carlo Macro, un mandorlo che da oggi crescerà in piazza San Pietro in Vincoli. Un ricordo per il 33enne romano, morto lo scorso 17 febbraio con un cacciavite piantato nel petto, ucciso dalla furia brutale di un 57enne indiano, alloggiato in una delle tante roulotte per senza tetto disseminate in città. A piantumare con terra e paletta il sindaco Marino e il fratello di Carlo, Francesco, alla presenza della mamma Giuliana, di una folla di amici e conoscenti, del presidente del I Municipio, Sabrina Alfonsi, e del consigliere capitolino Orlando Corsetti.

"Questo albero è nato da un'idea nella cucina della mamma di Carlo qualche settimana dopo l'omicidio" ha raccontato il primo cittadino. "Sono rimasto molto colpito da questa bellissima famiglia, che pure tra le lacrime pensava a soluzioni di pace e accoglienza nei confronti delle altre persone che giungono a Roma, soluzioni che diano però dignità e accoglienza vera e non creino mondi separati e di odio. Il mandorlo è un simbolo bellissimo in una piazza che da oggi, oltre ad avere bellezze monumentali e architettoniche, diventa anche un nuovo punto di partenza per creare la comunità in cui tutti crediamo". 

Già, un albero bellissimo, "allegro e gioioso come mio figlio", ha esordito la mamma Giuliana, che dopo la morte del giovane ha fondato un'associazione in sua memoria, per la legalità, la sicurezza, il decoro. Una battaglia quella intrapresa dalla donna e dai familiari della vittima contro le roulotte abusive che ospitano indigenti, quelle sparse da anni in ogni angolo della città, le stesse che sollevarono un polverone di polemiche subito dopo l'omicidio del giovane. 

No, Giuliana non le dimentica le circostanze in cui si è consumato il dramma. E con la voce rotta dall'emozione ricorda anche oggi "i responsabili morali" di quanto accaduto quella notte del 17 febbraio.  "Il rottame dove alloggiava l'assassino di Carlo è stata donata all'uomo, un pluripregiudicato senza permesso di soggiorno, dalla comunità di Sant'Egidio". Che, "anche per il suo assordante silenzio sulla vicenda, ritengo moralmente responsabile della situazione che ha determinato la morte di Carlo. Chiunque sbagli deve chiedere scusa, e impegnarsi perchè quello sbaglio non si ripeta mai più". E invece le scuse non sono mai arrivate. Non è mai arrivata neanche una parola di cordoglio. 

La donna però ringrazia il sindaco "e tutta l'amministrazione capitolina, unica ad aver capito la gravità dell'accaduto dando un messaggio positivo alla città, per le azioni intraprese fino ad oggi per contrastare il fenomeno". Il riferimento è una delibera di giunta, menzionata dallo stesso sindaco, che va nella direzione del "superamento di soluzioni di accoglienza che non sono soluzioni". 

Parole dure invece quelle riservate dalla donna al prefetto Giuseppe Pecoraro. "Questa piazza è anche una risposta a Pecoraro che anzichè prendersi le responsabilità di quanto accaduto ha inopportunamente addebitato la morte di Carlo a lui stesso, dicendo che il fatto fu causato in quanto Carlo era maleducato e un disturbatore della quiete pubblica e definendo pazzo l'assassino, che pazzo non era".

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