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Sabato, 22 Giugno 2024

Lavinia Martini

Editor di CiboToday

E se il Caffè Greco che "chiude" fosse una buona notizia?

Nell’offerta dello storico caffè di Via dei Condotti, non ci sembra ci sia molto da tutelare. Un cambio di gestione potrebbe essere addirittura un’opportunità

Le vicende legate al Caffè Greco di Roma vanno oltre la burocrazia e le scartoffie di un luogo storico, ma hanno a che fare anche con le città, il modo in cui i cittadini le vivono e leggono le sue avventure, sfide e sfortune. La storia infatti delle insegne storiche che chiudono sembra una sorta di format narrativo ricorrente: si diffonde la notizia che un posto con alle spalle diversi lustri, frequentato da vip, letterati, scrittori del secolo scorso sta per affrontare un cambiamento, narrato sempre come “una chiusura”. Anche se è un cambio gestione o una semplice ristrutturazione.

Da lì ci si straccia le vesti, “ma come, è un posto storico!” si sente risuonare nelle bacheche social più che nella vita reale, e si invoca qualcuno che salvi la baracca da un sicuro declino (in questa situazione, è toccato addirittura al Ministero della Cultura per tacere delle interrogazioni parlamentari). Certi quasi che la chiusura di un’attività sia, a suo modo, un trauma ingestibile per una comunità che perde un pezzo della sua identità. 

Peccato però, che le cose non stiano proprio così. Peccato che non sia quasi mai vero lo spauracchio e la tragedia della chiusura (ammesso che tragedia sia). Nel caso del Caffè Greco di Roma, forse, meno che mai. Sebbene la dinamica di cui abbiamo parlato si sia ripetuta identica negli ultimi mesi per altre due attività: Settimio al Pellegrino sempre a Roma, che poi ha banalmente cambiato gestione mantenendo le stesse movenze, e Trattoria Madonnina a Milano che è passata nelle mani di un giovane proprietario che ci ha assicurato che lì “non sarebbe cambiato proprio niente”. Intanto però il piagnisteo web e social è durato settimane.

Cambiamenti che oltre che fisiologici si sono rivelati delle opportunità e che fanno parte della naturale storia di moltissime insegne italiane. C’è un’ossatura fatta di indirizzi che passano di generazione in generazione e poi ce n’è un’altra che sta in mano a imprenditori e professionisti della ristorazione. E in questa seconda direzione si dovrebbe puntare ad andare se si vogliono evitare certi vizi di forma: una ristorazione che non evolve, che ripete sé stessa, che cade in vecchi tranelli (bustarelle, orari folli, prodotti così e così, menu stantii, personale in nero). Se il faro è - come dovrebbe essere – la qualità, allora il punto non è dare continuità alla gestione, ma trovare il migliore gestore per quel preciso momento storico. Ecco perché i passaggi di proprietà non sono il male, anzi.

E visto che si parla di qualità, è giusto farlo da un divanetto di quel famoso Caffè Greco che tanti nostalgici da social non hanno mai frequentato. Ricordano un po’ quelli che piangono sulle chiusure dei cinema di quartiere, e poi non mettono mai il naso fuori dai servizi di streaming comodamente raggiungibili dal divano di casa.  E dunque come è la qualità del Caffè Greco? A Via dei Condotti sui divanetti retrò si respira un’aria immobile. Il menu, diverso per il banco o per le sedute, è sicuramente di un’alta fascia di prezzo. Al tavolo l’espresso costa 7,60€, una birra esce a 25€, un tramezzino 12€ (come le focacce di Niko Romito al vicinissimo Bulgari Hotel, che però sono focacce di Niko Romito!). Certo, siamo a due passi da Piazza di Spagna, un posto che non si fa fatica a considerare tra i più belli del mondo. Ma è una domenica pomeriggio di giugno e ci sono solo stranieri. Noi siamo gli unici italiani in vista.

A leggere il menu non si capisce – seriamente – cosa ci sia di identitario in questa proposta, cosa la renda unica. Perché il cannolo stia vicino alla cheesecake e la delizia al limone alla Foresta Nera. Non è tanto un discorso di prezzi, è più un discorso di identità legata a quel senso di appartenenza tanto sbandierata che è difficile leggere da queste parti. Abbiamo cercato sul sito qualche indizio su fornitori, materie prime, eccellenze utilizzate in cucina o in laboratorio. Ma il sito (che metterebbe in imbarazzo ogni navigatore anche se fossimo nel 2003) non presta nessuna attenzione a questi contenuti e non fornisce informazioni. È lecito domandarsi se il livello di qualità dell’offerta gastronomica sia commisurata al blasone dell’insegna.

Insomma, visto che è dal 2017 che l’Ospedale Israelitico che detiene l’immobile fa pendere sulla struttura l’avviso di sfratto per tornarne in possesso e assegnarlo legittimamente ad altri gestori, forse potremmo ipotizzare senza inutili sensazionalismi che il cambio di gestione (anche qui cambio di gestione, non chiusura, come cambio di gestione fu nel 1999 quando gli attuali gestori iniziarono) sarà un’opportunità per questo esercizio, per la sua storia ma soprattutto per il suo futuro. Perché di questo è opportuno che si parli: non solo di tenere in soffitta i ricordi migliori, ma di farli vivere nel presente perché abbiano ancora qualcosa da narrare senza approccio estrattivo e strumentale verso il passato. Anche a suon di torte e tazzine di caffè.

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