Venerdì, 6 Agosto 2021
Romaneggiando

Opinioni

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A cura di Claudio Colaiacomo

Il poligono delle esecuzioni

Il Forte Bravetta nasce alla fine dell’Ottocento come baluardo difensivo per la città, inserito nel cosiddetto campo trincerato fatto di diciassette forti e batterie sistemati in una cintura intorno a Roma, come ad esempio il forte Braschi, la Batteria Nomentana e il forte Trionfale. Non svolse mai una funzione difensiva perché fortunatamente Roma, nuova capitale del regno d’Italia, non cadde più sotto nessun assedio, nessuno più sfidò militarmente i suoi confini.

Durante il regime fascista il forte Bravetta divenne un luogo di morte, la posizione nascosta e fuori dalla città lo rendeva il luogo adatto per fucilare gli oppositori del regime. Sfortunatamente quegli anni di esecuzioni capitali erano solo il preludio di una vocazione di morte e assassinio che raggiunse il massimo durante l’occupazione nazista, quando il forte divenne il poligono ufficiale per le esecuzioni capitali. Un rito terribile di morte si ripeteva con precisione ed efficienza tedesca. Una camionetta giungeva al cancello del forte alle primissime ore del giorno, quando la città dormiva, dopo aver raccolto un gruppo di condannati dal carcere di Regina Coeli o dalla prigione di via Tasso. 

I poveretti venivano portati nel piazzale e, se erano pochi, messi in fila davanti al plotone di esecuzione che li fucilava senza pietà. Se erano molti, venivano uccisi con un colpo di pistola alla tempia legati due a due su una sedia mentre gli altri condannati erano costretti ad assistere alla terribile scena. Terminata la carneficina, un ufficiale si accertava della morte di tutti i condannati e chi fosse rimasto in vita era finito con un colpo in testa. I colpi echeggiavano nella periferia romana, la città precipitava sempre più in un vortice di violenza e morte. I corpi senza vita erano caricati sulla stessa camionetta che li aveva condotti nel forte e portati al Verano per la sepoltura rapida e segreta in fosse comuni. 

Non una comunicazione ai familiari e neppure protocolli per registrarne la morte, erano gettati casualmente, senza alcun rispetto e coperti di terra. Solo il lavoro prezioso quanto penoso di alcuni dipendenti del cimitero ne permise l’identificazione. Annotarono con cura i caratteri somatici dei cadaveri, così da permettere l’identificazione di molti. In tutto quasi cento persone persero la vita in questo modo brutale, di molte non se ne saprà mai il nome come mai si potrà comprendere l’orrore che hanno vissuto. Oggi un piccolo monumento ha consacrato il parco dei Martiri di Forte Bravetta a quelle vittime a monito e memoria di quegli anni terribili.

Claudio Colaiacolo Twitter @ilgirodiroma501

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