Nella Converti

Opinioni

Nella Converti

A cura di Nella Converti

“Sono di Tor Bella Monaca e io non sono come loro"

Provate a immaginare di avere un padre mafioso, uno zio mafioso, un fratello mafioso. Tutti in galera. Avete poco più di vent'anni, trascorsi dentro una famiglia che ha come principale attività lo spaccio di droga. Cosa pensereste di fare nella vita? Il medico, l'avvocato, il filosofo, il centralinista? Immaginate di vivere anche in un quartiere di periferia dove lo stato si fa desiderare, dove il lavoro manca.

Questa è la storia da cui proviene Sandro, che non si chiama Sandro, ma immagino comprendiate le ragioni della mia riservatezza. Anche Sandro è già entrato e uscito di galera un paio di volte.

Però a volte succede di incontrare per strada qualche faro che illumina il percorso, come una di quelle associazioni che si occupano di tutto, perché nelle zone da cui anche io provengo tutto serve, dal banco alimentare al nido per i bimbi, dal supporto alle donne vittime di violenza alle attività ricreative.  Succede che in alcuni quartieri di Roma queste associazioni siano l’unico presidio di socialità, solidarietà, sostegno che ancora resiste.

Qui Sandro ha conosciuto un mondo nuovo e ce la sta mettendo tutta per cambiare vita. Questa è la storia di troppe persone nate e cresciute in un contesto familiare e sociale dove l’uguaglianza di partenza non esiste e il libero arbitrio è fortemente compromesso. Dove chi vive di attività illecite ha la storia della sua vita già scritta. Il finale è identico per tutti: il carcere.
Da questo circolo vizioso sembra non esistere via d’uscita.

Tor Bella Monaca, come Ponte di Nona e tanti altri quartieri romani, sono lo scenario perfetto per far sì che la criminalità organizzata possa gestire vite prima ancora che vengano al mondo. Le stesse vite che poi tengono prigioniero un quartiere intero e quegli abitanti che invece hanno scelto la via della legalità e della dignità, preferendo un lavoro sottopagato al guadagno facile.
Famiglie costrette a rinchiudersi in casa, ad aver paura di finire nel posto sbagliato al momento sbagliato, a vedere i loro figli fare un giorno la vedetta, a scontrarsi con chi occupa case per rivenderle e assoldare nuovi affiliati del clan, ad opporsi da soli a chi di fatto militarizza e gestisce, nonostante sia minoranza numerica, interi quartieri.

Questa però non è una storia di vittime e carnefici.

“Sono di Tor Bella Monaca e io non sono come loro. Mi spacco la schiena ogni giorno e mai ho pensato di cedere alla tentazione del guadagno facile”, mi scrive qualcuno. “Sono di Tor Bella Monaca, sono figlio, nipote, fratello di mafiosi, non sono mai andato a scuola, sono già stato in carcere, ma io, oltre a spacciare, nella vita non saprei fare altro. Ho paura, voglio uscirne, ma come posso farlo tutto da solo?” ho sentito dire da un altro.

Le storie come quelle di Sandro sono quelle che fanno saltare lo schema. Quelle che, oltre alla necessità dell’arresto, chiedono di fornire risposte per impedirlo o per far sì che venga scritta una storia diversa. Cosa incontrerà Sandro quando finirà di scontare la sua pena attraverso i servizi sociali, quali opportunità offre il mondo là fuori a chi vuole sottrarsi ad un destino già scritto? Come potrà andar via da quel posto che non è casa, ma la prima inconsapevole prigione dove ha vissuto?

Potrà sembrare banale, lo so, ma il mio impegno nasce anche per provare a costruire, insieme, una risposta per Sandro. Perché una storia raccontata qui, vi assicuro, non rende quanto un urlo disperato. Io ne ascolto ogni giorno e perciò no, non mi fermo.

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