Nella Converti

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A cura di Nella Converti

Perché le piazze di spaccio vanno liberate e non solo svuotate

La repressione serve, certamente. Ma deve essere accompagnata dalla prevenzione, dalla riconquista del territorio, dalla presenza quotidiana

Ciò che state per leggere è successo grazie alle parole e all’azione di una donna. Il 4 maggio il rumore degli elicotteri ha svegliato gli abitanti dell’uscita 17 del GRA. E’ passata solo una settimana dal blitz che ha azzerato i vertici di una delle piazze di spaccio, ed ecco che tutto si ripete.

Del resto, da quando ne ho memoria, chi vive vicino a Tor Bella Monaca ha già le risposte senza dover cercare notizie nei telegiornali - ieri - o sui social - oggi.

Stessi rumori, stesse luci che irrompono dalla finestra nel pieno della notte: sempre le stesse risposte. Questa volta gli arresti sono 35. Da via dell’Archeologia – primo blitz - a via Camassei – secondo blitz. Solo 650 metri di distanza: un’altra delle più importanti piazze di spaccio del quartiere. All’R5 all’incirca ogni 200 passi ne trovi una.

Quella di via Camassei vantava un giro di circa 220 mila euro a settimana. Dicevamo: il racconto di questo blitz è una storia di donne. E’ attraverso le loro azioni che voglio raccontarvelo.

Tutto nasce dal coraggio di una donna, una di quelle che dalle finestre di casa osserva tredicenni correre sui motorini e fischiare quando arrivano “le guardie”; di quelle alle quali almeno una volta nella vita è stato chiesto di entrare nel vero e proprio sistema di welfare parallelo che sorregge centinaia di famiglie di zona; una di quelle donne che non possono entrare in ascensore con il passeggino perché l’ascensore è bloccato da mesi, da anni di mancata manutenzione, o perché occupato da chi lo utilizza per nascondere armi; una di quelle che nonostante siano nate e cresciute a Tor Bella Monaca e che l’uguaglianza di partenza non l’hanno mai nemmeno potuta immaginare, hanno fatto delle scelte.

Una di queste ha scelto di denunciare e dar vita a questo blitz. “Incredibile”, direte voi. “Giustizia è fatta”, diranno altri che hanno festeggiato nelle ore successive. E poi: che strana idea di giustizia ha chi festeggia nel leggere quei 35 nomi di donne, uomini, ragazze e ragazzi!

Quella mattina ho ricevuto il messaggio di un’altra donna entusiasta per gli arresti: “finalmente posso portare mia nipote a conoscere la bisnonna”. Ebbene sì, esistono donne che non fanno conoscere nipoti alle nonne per timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La stessa donna mi ha scritto un altro messaggio la mattina dopo: “neanche 24 ore e sono stati già sostituiti, il traffico è ricominciato".

La piazza è stata rioccupata. Perché quando svuoti una piazza, devi anche riempirla. Altrimenti un istante dopo lo rifaranno loro.

Per questo mi viene in mente un altro messaggio ricevuto dopo il primo il blitz che diceva: “Speriamo, ma temo non finirà mai”. Il messaggio mi è arrivato da una di quelle persone che tra le strade del quartiere lotta per non far morire di overdose quella parte del sistema che viene ignorata.

Perché se Tor Bella Monaca è una delle più grandi piazze di spaccio sotto il controllo delle mafie d’Europa è anche perché il mercato offre in base all’entità della domanda. Per fornire risposte adeguate la politica dovrebbe vedere la questione per intero, occorre avere il coraggio di ammettere quanto sia inutile, dannoso e favorisca la criminalità organizzata ignorare l’esistenza dei consumatori.

Dicevamo: una donna ha denunciato, quella donna ha acceso una scintilla; le istituzioni cosa ci mettono? Il GIP Nicola Travaglini, un anno fa, nell’ordinanza che portò all’arresto di 42 persone, scriveva: “Qui lo Stato ha difficoltà a porsi ed imporsi, come dimostrato dal fatto che sono gli stessi cittadini ad avvisare gli spacciatori che sono in arrivo i carabinieri, quasi senza necessità delle vedette".

La repressione serve, certamente. Ma deve essere accompagnata dalla prevenzione, dalla riconquista del territorio, dalla presenza quotidiana. Esserci sempre, tutti i giorni. Offrire un'alternativa, essere, rappresentare fisicamente un'alternativa alle reti mafiose e criminali. Questo è il compito: di lavoro, di studio, di sicurezza sociale e di cultura andrebbero occupate quelle piazze.

Altrimenti potremo continuare a svuotare piazze, ma non le avremo mai davvero liberate. E di quelle donne coraggiose rimarrà solo un bel titolo di giornale.

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